Difficile non essere ispirati da un rally che ha sospinto su nuovi massimi annuali l’S&P 500 (+0.86%), supportando la sovraperformance del nostro listino (FTSE MIB a +2.08%) e permettendoci di continuare a godere anche di mercati emergenti che da inizio anno (in euro) fanno tra il 10% della Cina e il 24% della Russia. Negli Stati Uniti, Wall Street è guidata dai settori “giusti”: banche, semiconduttori, industriali, materials e anche gli homebuilders (dove fra l’altro – come spesso accennato – c’è speranza di vedere un bottom nell’economia di riferimento, il residential real estate).
Ma attenzione che non sia arrivata la cosiddetta fase del “sucker’s rally”, quella durante la quale – senza grandi motivazioni fondamentali o novità strutturali – anche gli ultimi investitori sono “trascinati” sul mercato in ottica risk-on (e poco importa che un minuto fa Fitch abbia migliorato il rating sulla Grecia, conseguenza ovvia del post-restructruring e notizia già scontata). Se guardate l’andamento dell’indice VIX, noterete che siamo praticamente seduti sui minimi dall’estate del 2007: tradotto in italiano – ma potrei anche sbagliarmi – mi pare sia indicazione di eccessiva compiacenza da parte di chi prezza la volatilità dei titoli azionari dell’S&P 500. Come per dire che siamo ormai entrati in uno scenario di “goldilocks” (inflazione sotto controllo, crescita moderata e politiche monetarie market-friendly). La narrativa di mercato è infatti sempre la stessa: miglioramento dei dati macro, con qualche scossone più o meno già scontato in Cina (i dati sulla bilancia commerciale non sono piaciuti particolarmente) e alcune sorprese negli Stati Uniti (vendite al dettaglio migliori delle attese, ottimo sanity check sulla tenuta del mercato del lavoro americano).
Ieri però parlavamo di Portogallo e di qualche altro dubbio “periferico”: oggi vorrei solo riportare alla vostra attenzione una “nuance” politica che potrebbe segnalare un cambio di passo nella negoziazione tra singoli paesi membri dell’Unione Monetaria Europea ed establishment burocratico-amministrativo di Bruxelles: il nuovo primo ministro spagnolo – Mariano Rajoy – ha succintamente segnalato ai colleghi europei e comunitari che il Regno di Spagna non avrebbe rispettato per il 2012 il target sul deficit pubblico del 4.4% su PIL, optando invece per un più comodo 5.8%. La “decisione sovrana” presa dagli spagnoli – una “bomba” istituzionale – non intacca l’obiettivo finale (raggiungimento del rapporto deficit/PIL del 3%), bensì altera il modus operandi e il framework istituzionale che finora ha regnato sovrano tra Parigi, Bruxelles e Berlino: ovvero, che la crisi si risolverà solo con austerità forzata e, soprattutto, accelerata.
La Spagna, con questa decisione politica, ha di fatto passato il Rubicone. Sarà necessaria molta retorica da parte di Schäuble e compagnia affinché tale mossa d’orgoglio e di realpolitik non abbia impatti negativi sul resto dell’area euro.