Israele, Cina e area euro

Oggi ho incontrato Alastair Newton, ex-advisor di Tony Blair e ora senior analyst di geopolitica per Nomura. Oltre a dei gustosi aneddoti su di una Berlino Est frequentata da un Vladimir Vladimirovič Putin di stanza a Dresda (ma con tresca nella capitale della RDT), Newton mi ha anche parlato dell’atteggiamento israeliano nei confronti della situazione iraniana, e mi è stato subito chiaro il “gap” di prospettiva che esiste tra noi e Tel Aviv. Se per l’occidente nel suo complesso un attacco preventivo da parte israeliana può sembrare un clamoroso errore strategico, la percezione d’insicurezza che la gente d’Israele vive sulla propria pelle cambia radicalmente gli orizzonti. E Netanyahu è profondamente convinto che sia necessario e giusto bloccare Teheran prima che sia in grado di produrre autonomamente un ordigno nucleare. I suoi advisor militari più stretti sono in disaccordo, ma vanno oltre: un Iran atomico porterebbe a una corsa agli armamenti nel resto del Medio Oriente, creando un pericolo ancora maggiore per Israele, che vuole e può mantenere la propria egemonia militare nell’area. Occhio quindi alle prossime settimane, perché la finestra per un attacco si apre nel momento in cui Netanyahu indice nuove elezioni, e si chiude quando sarà chiaro il favorito alla corsa per la Casa Bianca.

Si è parlato anche di Cina, con altri curiosi aneddoti: ad esempio, l’aspetto demografico e la “gender policy” sono aspetti non irrilevanti per il Politburo del Partito Comunista Cinese (e non a caso, molti maschi cinesi o si arruolano nelle forze di polizia – dove la disciplina viene rigidamente mantenuta – o emigrano in Sudan o in altre “colonie” commerciali cinesi). Ma è il rapporto con gli Stati Uniti che preoccupa gli analisti, perché di fatto Washington in questi anni ha mantenuto (e incrementato) l’accerchiamento su Pechino ed è stato un segnale importante – poco stressato dai giornali – che Xi Jinping non abbia voluto incontrare Obama durante la sua visita negli Stati Uniti, evitando quindi di discutere a proposito di una “hot-line” militare che, come accadde durante la Guerra Fredda, possa limitare i danni di clamorosi misunderstanding tra le due superpotenze.

Infine su Grecia e area euro mi ha spiegato meglio qual è l’establishment all’interno del Ministero delle Finanze tedesco: di veri economisti non ce ne sono, e sono i “lawyers” a dettare l’agenda. Per questa ragione, la posizione interna della Merkel è sempre più difficile, dato che Wolfgang Schäuble (dottorato in Diritto) è sempre più tranchant nei suoi commenti su Atene (legalmente, i greci stanno contravvenendo a una miriade di accord…quindi sono da tagliare fuori) e ora anche Jens Weidmann – che doveva essere l’attaché della Merkel presso la BuBa – è passato con la fronda oltranzista (l’ultima lettera a Draghi ne è lo specchio). Difficile che nel prossimo futuro la Grecia riesca guadagnarsi altre concessioni con il sostegno della Germania.

Oggi i mercati azionari si sono appoggiati ad alcuni livelli tecnici per tentare un rimbalzo: Eurostoxx 50 ha chiuso a +0.7%, l’Italia ha recuperato un punto percentuale e anche il NASDAQ è, as of writing, a +0.92%. Il BTP stringe di 12bps e torna sotto il 5%, mentre la Grecia – in attesa dei risultati del PSI – quota sul 2 anni intorno al 200%. Le stime di molti analisti danno per scontata una partecipazione tra il 75% e il 90%, che comporterebbe un ricorso alla votazione per l’attivazione delle Collective Action Clauses. Quest’ultime dovrebbero funzionare nel caso votasse a favore il 66% del gruppo precedente, ma non vi è ancora nulla di certo al momento…

Insomma, rimangono giornate topiche in Attica.

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