Uno dei temi geopolitici e finanziari più interessanti di quest’anno sarà certamente il mutamento di prospettiva sulla Russia. Credo valga la pena rianalizzare la situazione alla luce di quanto è successo negli ultimi giorni. Durante il week-end, infatti, Putin ha vinto le elezioni presidenziali: a leggere i primi risultati (63.8% delle preferenze) pare che – come spesso è capitato in Russia – i sondaggi abbiano costantemente sottostimato il consenso attorno al primo ministro uscente. Questa vittoria di misura (a prescindere da presunti brogli, il secondo classificato sta al 17.2%) non risolve però il contesto politico, che rispetto a dieci anni fa è radicalmente cambiato.
Nonostante che vi sia già l’intenzione di proseguire con la politica della “continuità”, attraverso l’annunciata nomina futura di Medvedev a primo ministro, Putin deve confrontarsi con una piazza che ha ora nuovi protagonisti attivi e, soprattutto, deve gestire il sistema di “clan” all’interno del Cremlino, che sembra aver perso parte del suo tradizionale equilibrio: Medvedev, che ne era il “pivot”, ha evidentemente meno autorevolezza. E tutto ciò assume una valenza importante per i mercati, dato che l’atteggiamento più o meno riformatore del Presidente Putin e del suo entourage può migliorare o peggiorare sensibilmente la valutazione del listino di Mosca, sul quale ha pesato sinora un doppio sconto: l’incertezza politica e l’elevata ciclicità del mercato azionario russo.
Ci sono tre ipotesi in particolare che si possono formulare sul primo punto. Putin può decidere di mantenere lo status-quo, ovvero continuare nella retorica anti-occidentale, incrementare le spese militari, aumentare le spese “populiste” e restringere l’attività dei media. L’effetto sulle valutazioni sarebbe negativo, e molti investitori esteri perderebbero interesse nella storia. Alternativamente, Putin può intraprendere un percorso di riforme incrementali (lo scenario più verosimile), ad esempio richiamando al Cremlino il precedente ministro delle finanze (Alexei Kudrin) e liberalizzando al contempo alcune procedure d’elezione e di creazione di nuovi partiti. Oppure, (più difficilmente) potrebbe avventurarsi in un piano più radicale con l’intenzione di ricambiare la classe politica al Cremlino e quella dirigenziale all’interno delle società pubbliche, avviando anche una campagna anti-corruzione più incisiva e restringendo la spesa dello Stato così da equilibrarla su prezzi del petrolio più bassi rispetto a quelli attuali (il gas e il greggio costituiscono la fonte primaria di entrate per Mosca). Questi ultimi due scenari avrebbero ovviamente effetti positivi sul listino.
Ma al di sotto di questi aspetti per lo più economici, vi è un leit-motiv di tattica politica: come avevamo spiegato in passato, la Russia è sempre stata sotto costante pressione dall’interno – per via della sua natura frammentata – e dall’esterno. Un governo e un presidente deboli per cause “domestiche” lasciano intravedere un ventre molle agli antagonisti internazionali (e gli Stati Uniti lo sanno bene, tanto che ne hanno approfittato finanziando alcuni movimenti di protesta russi). Per questo Putin ha un imperativo categorico da seguire: deve gradualmente aprire delle valvole di sfogo affinché le opposizioni si manifestino liberamente senza diventare per questo un problema per l’establishment, e allo stesso tempo deve procedere con le riforme necessarie a rinnovare l’interesse degli investitori esteri.
Questi, per il momento, sembrano aver fiducia su questo percorso: tra i mercati emergenti, infatti, la Russia è oggi l’unico che segna un guadagno (+0.84%), toccando addirittura nuovi massimi rispetto agli ultimi sette mesi. Per il resto, invece, abbiamo visto debolezza across-the-board: Cina a -0.6%, Corea del Sud a -0.9%, Brasile a -1.4%, FTSE MIB a -0.7%, S&P 500 a -0.6%.
Ma, nonostante le lacrime televisive di Vladimir, che sia veramente tornato l’orso russo?