La rinascita della tragedia greca

In una fiction televisiva inglese (Yes, Minister) c’è un personaggio di nome Sir Humphrey Appelby che ricopre il ruolo di Segretario Permanente del Dipartimento di Affari Amministrativi. Una delle sue citazioni più famose è la seguente: “the first rule of politics is never believe anything until it has been officially denied”. E si applica perfettamente alla crisi d’identità dell’area euro. Nella fattispecie, nessuno crede veramente alla solidità dell’ultimo accordo sulla Grecia, tutti sono certi che prima o poi la Grecia dovrà fallire e che la stessa moneta unica potrebbe subire uno “shock d’abbandono”.

Atene è finita in una trappola sullo stile dei film d’avventura: da una parte c’è la pressione delle politiche d’austerità, che aggravano di giorno in giorno la stessa sostenibilità del debito, nonché le speranze di uscire dalla crisi attraverso una qualche magra crescita economica; dall’altra, c’è l’impossibilità a procedere verso la strada di un default fintanto che non si perviene a un avanzo primario “stabile” che lo consenta. Quindi, le pulsioni apollinee da una parte e dionisiache dall’altra non riescono a trovare una loro risoluzione nell’immediato. Ed è qui, che – sulla falsa riga della “Die Geburt der Tragödie” (ovvero, La nascita della tragedia dallo spirito della musica ovvero Grecità e pessimismo) – osserviamo la “rinascita della tragedia greca” nell’obbligata postura “wait-and-see” della politica greca.

Come ha recentemente spiegato Wolfgang Münchau sul Financial Times, ad Atene si presentano due opzioni che debbono essere perseguite contemporaneamente: la prima è di continuare con misure di austerità fiscale, con l’obiettivo di raggiungere effettivamente un pareggio di bilancio e assicurare nel medio termine un avanzo primario sostenibile; la seconda è di proseguire per la strada delle riforme strutturali (migliore riscossione delle tasse, maggiore flessibilità del lavoro e contrasto efficace alla corruzione) così da poter godere dei frutti di una uscita dall’euro. Ora, implementare il primo punto consentirebbe ad Atene di poter approcciare in un prossimo futuro i debitori “istituzionali” per annullare totalmente il cosiddetto debito estero e riportare il rapporto tra debito e PIL intorno al 60%. Riuscire nelle riforme renderebbe finalmente più efficiente un paese che soltanto dopo una svalutazione importante potrebbe ritornare a essere competitivo su quel poco di PIL che è legato all’estero (manifattura e turismo, ovvero un quarto della produzione nazionale).

Gli esempi storici (e recenti) di abbandono di una “currency union” sono numerosi: l’impero Austro-Ungarico nel 1919, l’India e il Pakistan nel 1948, di nuovo il Pakistan e il Bangladesh nel 1972, la Cecoslovacchia nel 1993 e l’Unione Sovietica nel 1993. Il problema per l’area euro è che un’uscita da parte della Grecia fomenterebbe anche altri paesi periferici (ad esempio il Portogallo), creando l’incentivo per una decisione politica più risolutiva da parte di quei governi che con fatica sono riusciti sinora a implementare qualche forma di austerità.

Ecco quindi che diventa importante monitorare quanto esprimono i politici – sullo stile del personaggio di Yes, Minister – e interpretare correttamente il “pessimismo della Grecità” e la risoluzione della tragedia. Entrambe le questioni, però, al momento non rappresentano un problema per gli investitori: oggi i mercati azionari e i periferici hanno strabiliato su tutti i fronti. Italia a +2.93%, BTP sotto il 5% in restringimento di 28.5bps, Corea e Brasile in rimbalzo (entrambi a +1.33%). I dati macro hanno favorito la Cina (PMI 51 vs. 50.5 del dato precedente) mentre negli Stati Uniti le sorprese economiche sono in calo (ISM a 52.4 vs. 54.5 del consensus).

Mr Market non sta lasciando a nessuno l’opportunità di rientrare a prezzi più interessanti. Forse è meglio rimanere slightly risk-on…

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