Petrolio: Supply&Demand vs. rischi geopolitici

È ormai diventato un tema ricorrente di molte analisi: l’apprezzamento del greggio nel mese di febbraio è stato considerevole (oltre il 10%) e pone dei seri rischi agli sviluppi congiunturali. Da una parte, infatti, sono state esagerate le aspettative di un calo della domanda globale di petrolio: il rallentamento di questa non c’è stato nell’ultimo trimestre dell’anno scorso – come invece prospettato dall’Agenzia Energetica Internazionale – e piuttosto stiamo osservando una ripresa nei mercati emergenti e un incremento di domanda dal Giappone.

Dall’altra, vi sono diverse issue sul lato dell’offerta che non dovrebbero essere sottostimate. La produzione non-OPEC al di fuori degli Stati Uniti – secondo i nostri analisti – continua a sottoperformare: la produzione in Siria è compromessa (sono circa 350mila barili al giorno), i pozzi in Sudan rimangono fermi (altri 350mila) e solo adesso sta nuovamente iniziando a scorrere l’oro nero dello Yemen (circa 300mila barili). Altro aspetto segnalato dai nostri è l’equilibrio molto “tight” tra domanda e offerta: i ritmi di produzione sono a livelli massimi in termini di utilizzazione della capacità produttiva e questo comporta ulteriori difficoltà nell’affrontare shock inattesi sul lato dell’offerta – ovvero, crisi in Iran, altri blocchi in Nigeria, un potenziale cambio di regime in Venezuela e l’incognita politica russa.

In questo contesto, c’è forse un mercato che è più chiaramente “winner” rispetto ad altri, ovvero Matuška Rossija: le elezioni presidenziali – su cui spesso ci siamo espressi con toni poco preoccupati, perché è un imperativo strategico mantenere saldo a tutti i costi l’apparato burocratico costruito dal clan Putin – hanno distratto molti investitori da fondamentali in miglioramento e da una “secular story” che si cela dietro le quinte, soprattutto in rapporto a Europa (a suo tempo parlavamo dei legami con la Germania) e Cina. Ad esempio, il gas che arriva sul nostro continente attraverso i paesi baltici tramite il gasdotto “Nord Stream” sta molto aiutando le esportazioni russe, e anche l’andamento del greggio favorisce Mosca, in quanto maggiore venditore di combustibile se misurato secondo il potere calorifico di barili equivalenti (la Russia esporta soprattutto gas). Inoltre, il paese possiede una delle reti più estese in termini di capacità distributiva e anche per questa ragione mantiene una certa flessibilità rispetto ai rischi geopolitici del golfo Persico.

Ma per un “winner” ci sono anche diversi “losers”. Oggi, ad esempio, i mercati europei hanno passato gran parte della giornata in profondo rosso – temendo, tra le altre cose, un impatto macro del rialzo delle quotazioni petrolifere – per poi recuperare qualcosa sull’onda dei buoni dati sul fronte immobiliare negli Stati Uniti (e l’S&P 500, as of writing, è addirittura positivo a +0.15%). In America siamo sui massimi, mentre in area euro ci siamo un po’ fermati. La liquidità abbondante e il desiderio di partecipare all’apprezzamento dei risky asset potrebbe limitare qualsiasi storno. Per il momento, meglio però aspettare una più interessante buying opportunity.

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