De-escalation in Medio Oriente

La crisi in Siria sta subendo una nuova accelerazione: dopo l’uccisione di altri giornalisti europei, sale la pressione sui governi occidentali affinché si arrivi a un intervento. Permangono però molti dubbi, dato che la Siria non è come la Libia: i militari sono ben organizzati – nonostante le numerose defezioni – e le opposizioni sono invece confuse, abbassando quindi le probabilità di un attacco in stile-Libia. Forse è più probabile un contributo d’armamenti ai rivoltosi, o la creazione di una zona “buffer” dove possano rifugiarsi i civili e i disertori.

Ci sono poi gli americani che non muoiono dalla voglia di impelagarsi in un nuovo scontro mediorientale che sarebbe – anche in questo caso – caratterizzato da lotte settarie; e ci sono anche i russi, che hanno una base militare a Tartus (ex-possedimento della marinara Repubblica di Genova) e che spesso si sono posti a scudo del governo di Bashar al Assad, addirittura proponendosi come mediatori tra opposizioni ed elite dominante.

Ma il paradosso forse più eclatante è che sia nell’interesse di Israele che in quello americano, la Siria deve stare lì dove sta, mantenendo Assad al potere e influente rispetto ad Hamas e a Hezbollah (il Libano è pervaso da influenze siriane). E anche per russi e iraniani vale un discorso simile, benché nessuno dei due paesi abbia per forza un legame di sangue con la famiglia Assad, tanto da arrivare forse a considerare un accordo sotto banco per mantenere al potere una nuova elite alawita. Di fatto, seppur difficile da controllare, il regime di Assad (o un regime similare) è il minore dei mali quando si tratta di considerare l’entropia dei militanti islamici dell’area o dei terroristi che attraversano questi paesi.

Dall’altra parte, la crisi con l’Iran sta mutando seguendo una traiettoria che anche in passato abbiamo evidenziato. Dal lato iraniano, infatti, si sta cercando di arrivare a una de-escalation della strategia di contrapposizione forzata con gli Stati Uniti: ne sono un esempio gli esercizi militari annullati vicino allo stretto di Hormuz e spostati invece pochi giorni fa nell’entroterra del sud del Paese, in un chiaro tentativo di calmare gli animi dei guerrafondai. Allo stesso modo gli Stati Uniti hanno posticipato a loro volta degli esercizi militari da fare insieme a Israele (e schedulati prima ad Aprile), altro segno palese di “facilitazione” di un processo di negoziazioni che sta proseguendo dietro le quinte. L’obiettivo dell’Iran è di poter estendere la sua influenza egemone nell’area senza creare eccessive preoccupazioni in Washington, mentre dagli Stati Uniti si è già visto come il focus strategico si stia spostando nuovamente in Estremo Oriente. Una de-escalation fa bene a tutti e due, quindi.

In tutta questa confusione geopolitica, il petrolio ha comunque avuto un mese di febbraio piuttosto buono, in termini di performance. Salvo exploit israeliani nei mesi primaverili, le quotazioni petrolifere potrebbero non rappresentare un problema per l’economia globale, soprattutto perché è interesse di molti che in Siria si trovi una soluzione “negoziale” alla crisi.

Sui “nostri” mercati, invece, prosegue la fase di decompressione: Eurostoxx 50 -0.43%, FTSE MIB -1.48% e BTP in allargamento di 3.3bps. Senza per forza dover fare riferimento a un momento di “risk-off”, molti indicatori segnalano che è il momento di adottare un approccio più calmo: anche l’anno scorso i mercati hanno avuto un inizio strabiliante, per poi deludere le aspettative per molti mesi; il posizionamento degli investitori rimane ancora piuttosto estremo e decisamente non corale in termini di rischio; e la “picture” macro potrebbe subire un offuscamento per il semplice fatto che è impossibile mantenere un ritmo di sorprese così forte per troppo tempo. Therefore, stay neutral…ma ricordiamoci che dobbiamo essere pronti a comprare “on weakness”!

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