È forse arrivato il momento della “decompressione”: dopo una salita che – dai minimi di fine settembre 2011 – ha portato l’S&P 500 a registrare un sonoro +27% e l’Eurostoxx 50 un ancor più strabiliante (e volatile) +30%, ora sembra che sia iniziata una breve pausa. Il fatto è che ci siamo abituati a vedere i risky asset performare molto bene giorno dopo giorno, e quasi ci pare strano che per due giorni consecutivi ci sia il segno rosso sui nostri screen. As of writing, l’area euro ha chiuso a -0.89%, mentre l’S&P 500 è a -0.39%. Peggio ha fatto la Russia (-1.51%) e meglio la Cina (+0.93%), dove l’incremento dell’indice HSBC PMI da 48.8 a 49.7 mostra da una parte che la politica monetaria e fiscale cinese potrebbe aiutare la congiuntura macro (un dato sotto il livello di 50, infatti, rappresenta ancora “contrazione”) e dall’altra che qualche “tentative sign” di recupero può – in prospettiva – rincuorare sul resto dell’anno. Certo è che in Europa gli stessi dati di PMI non rallegrano ancora, soprattutto con l’euro ancora relativamente così alto: per aggiungere basis point positivi al PIL dell’area è necessario che la nostra valuta si deprezzi almeno fino a 1.10/1.20.
Quindi, non è insensato ripescare la nostra tesi di qualche settimana fa: ovvero, che può essere prudente portare del “fieno in cascina” e poi fare un re-assessment della situazione una volta che la marea cambia (e mi riferisco qui anche al prossimo LTRO di fine febbraio). A livello politico, infatti, siamo nell’occhio del ciclone o – come scriveva ieri sul Financial Times il capo economista di HSBC, Stephen King – al punto di svolta del sistema “tolemaico” centrato sull’egemonia tedesca. La metafora è molto più azzeccata delle tante altre che noi più volte abbiamo tentativamente pensato: Berlino sta ancora pensando a un sistema europeo dove le sue contraddizioni fondamentali la portano a esprimere ulteriori paradossi, come ad esempio quando proclama l’auspicio che i paesi periferici si guadagnino una via d’uscita dalla crisi attraverso una deflazione auto-inflitta – senza considerare però che questo comporterebbe molto probabilmente un aumento di inflazione in Germania (mal digerito dai grandi e piccoli elettori tedeschi).
Ma la rivoluzione copernicana che ci attende non è stata ancora impostata. Anche in questo caso, ne abbiamo profusamente discusso in passato: bisogna pensare a una “teoria della relatività” dell’area euro. Se vogliamo arrivare a una soluzione definitiva della crisi, il pacchetto chiuso lunedì notte e colto con così assordante indifferenza dalla comunità finanziaria non ne rappresenta sicuramente un inizio. È un’altra pezza che tappa una falla ma crea ulteriori debolezze (come ad esempio la “seniority” della BCE). Quei 130 miliardi – e pure quelli di un potenziale Greek Bail-out III – potrebbero essere meglio spesi se indirizzati a un “piano Marshall” per la periferia, dove gli investimenti vanno nell’economia reale, con la creazione di imprese dove una manodopera a più basso costo (a tendere) sarà più produttivamente occupata; dove un atteggiamento più tollerante verso l’inflazione farà da sfondo a un maggiore consumo da parte dei tedeschi; e dove un framework fiscale ancora tutto da finalizzare permetterà di bilanciare shock ciclici attraverso opportuni trasferimenti fiscali.
Ma fintanto che la Germania tolemaica si perde nella trascendenza della Presidenza della Repubblica (che figuraccia anche per la Merkel!!), noi tutti rischiamo che il futuro dell’Europa – quello strano costrutto politico economico che si supponeva dovesse avere in sé il proprio principio e la propria fine, quindi d’essere immanente – venga trascurato oltremodo.
Meglio quindi mettere fieno in cascina, che dopo questi guadagni, male non fa…