Anche questo lunedì si è chiuso con forti guadagni: i listini europei hanno esteso il rally ai massimi degli ultimi sei mesi, probabilmente un po’ nella speranza che dal meeting odierno tra i ministri delle finanze dell’Eurogruppo arrivi qualcosa di nuovo sulla Grecia (ancora no news sui nostri screen) e un po’ in seguito alla riduzione (a sorpresa) del tasso di riserva obbligatoria da parte della banca centrale cinese, che potrebbe liberare ulteriore liquidità per alcuni settori dell’economia. Quindi, Eurostoxx 50 a +1.19%, l’Italia a +1.07% e la Germania – con il DAX – a +1.46%. Sul fronte tasso si sono stretti gli spread sull’Italia (-12.8bps) e sulla Spagna (-13.3bps), mentre i “core rates” della Germania si sono un po’ allargati. Rimane molto resiliente anche l’euro, che contro il dollaro quota a 1.3249 e contro lo yen sta a 105.42 (peccato non aver colto questo storno della valuta nipponica).
Valute, spread, riserve obbligatorie: comunque sia, stiamo sempre parlando di liquidità, di una fase “risk-on” quasi completamente liquidity-driven, dove addirittura le lezioni del passato a poco sono servite per adottare gli strumenti corretti per risolvere la crisi attuale. Se Ludwig von Mises o Friedrich von Hayek fossero tra noi, scriverebbero che l’ultima crisi è stata generata da banchieri centrali che hanno incentivato un notevole “mis-pricing of the cost of capital”, forzando quindi una sua “mis-allocation” e conducendo quindi a un ciclo vizioso di bolle, di leva e di debito. Le bolle sono poi scoppiate, ma i debiti e la leva sono rimaste, anzi, si sono ingigantite. E oggi i banchieri centrali ripropongono la medesima formula. Per questo risulta molto difficile distinguere tra scelte tattiche e decisioni strategiche, perché quando la marea di liquidità sale, si porta con sé un po’ tutto. L’importante diventa quindi capire quando portare le fiche via dal tavolo.
Detto ciò, il framework che seguiamo – ovvero la correlazione tra appetito per il rischio e momentum della produzione industriale globale – ci segnala come possa arrivare una primavera mite nonostante l’impasse greco (dove, mal che vada, si potrebbe evitare comunque un “default” attraverso un prestito ponte, così da prendere ulteriore tempo). Data la forte crescita della domanda nel corso dell’ultima parte dell’anno scorso – un po’ fuori dalle aspettative di tutti – il lato della produzione ha ancora ampi margini per espandersi e fare un po’ di “catch-up”, il che potrebbe significare investimenti/creazioni di scorte/assunzioni. Poi, come detto, le politiche monetarie rimangono straordinariamente espansive – anche la Bank of Japan è rientrata in partita, attivando un nuovo round di acquisti e fissando un target d’inflazione intorno all’1%. Come dice il nostro economista Neal Soss, “all together now, let’s ease”. E questo comporta che viene anche minimizzato l’effetto negativo di qualsiasi shock finanziario, consentendo anzi di fare leva sulla ripresa del ciclo economico globale.
Rimanere risk-on potrà quindi premiare ancora, almeno fintanto che non si raggiunge un limite all’espansione “tossica” dei bilanci delle banche centrali. A quel punto, quale shock vivremo? Deflativo (deleverage colossale) o inflativo (perdita totale di credibilità da parte delle banche centrali)?