Difficile fare “timing” sui mercati, ma ne parliamo da un po’ di giorni ormai: la volatilità implicita dei mercati era troppo bassa. Oggi, finalmente, vediamo uno strappo sul VIX e un po’ di debolezza across the board. Eurostoxx è a -1.4%, l’S&P 500 a -0.77% e il Brasile fa -1.7%. L’Italia allarga di 17bps, seguita dalla Spagna a +18.6bps. L’euro torna indietro rispetto alla media mobile a 100 giorni (intorno ai 1.333) e quota al momento 1.319. E sul fronte macro arrivano le prime delusioni: i dati sulle importazioni in Cina hanno deluso le aspettative (-15.3% vs. -3.6%) riaccendendo una spia d’attenzione sulla performance economica di Pechino, e negli Stati Uniti la fiducia dei consumatori, espressa dalla University of Michigan Confidence, è scesa nuovamente e in misura maggiore rispetto alle attese.
Sul fronte politico ieri si è persa un’altra occasione per andare avanti nella risoluzione della crisi (ed è forse uno degli spunti per la correzione di oggi). Ma, come ha scritto Henry Kissinger nel suo libro sulla Cina, “la necessità può dare slancio alla politica”: questo per dire che, forse, in Grecia o in Europa la paura di dover affrontare spettri peggiori porterà un po’ di buon senso ai vari partecipanti. Purtroppo, sempre Kissinger ricorda che la necessità “non indica per forza gli strumenti” per uno slancio, ovvero la politica potrebbe in buona fede prendere scelte sbagliate. Tra le tante notizie sul tema, poco fa mi è arrivato il lancio dell’agenzia Athens News che riporta – senza citare la fonte – che il primo ministro Lucas Papademos farà un rimpasto di governo a brevissimo. Lì in Grecia sono volate parole forti, soprattutto dopo la lavata di capo del solito incontentabile ministro delle finanze tedesco: ha risposto il suo alter-ego Venizelos che oggi ha sostanzialmente detto (quoto una traduzione dal greco) “this is a time of difficult decisions. We have to choose between difficult decisions and decisions even more difficult. We unfortunately have to choose between sacrifice and even greater sacrifices incomparably more dear. We have to choose between humiliation suffered by a country, one nation and proud history and even greater humiliation that would have to suffer if the illusion that we keep our pride and our dignity, lead to solutions that have a much larger social, economic and institutional cost. Cost for each citizen, for every family, every business. We spent longer the era of demagoguery, ease and hallucinations. Now we must make decisions”.
Parole confusamente inclini a farmi ritenere che la corda si stia per spezzare e che la situazione possa sfuggire velocemente di mano al controllo della politica. Altrettanto tesa è la corda di un altro scenario geopolitico, ovvero quello in Medio Oriente. Leggevo proprio oggi la recentissima analisi di Alistair Newton, ex-collaboratore di Tony Blair, diplomatico di carriera e ora analista politico da Nomura, che faceva emergere un calcolo politico molto interessante (e pericoloso). Di base, lo spunto viene da un articolo dell’Economist del 20 gennaio di quest’anno, nel quale il prestigioso settimanale ha scritto “the chances of Israel launching a unilateral strike against Iran this year may be rising”. Ebbene, se si considera che Netanyahu si sta già muovendo per anticipare una tornata elettorale che, in situazioni meno tese, sarebbe avvenuta a ottobre 2013, non è difficile concludere che la costruzione di un “core” strategico che supporti l’attacco all’Iran sia già iniziato. Mi spiego: Benji non potrebbe attacare l’Iran con l’attuale governo/maggioranza, perché gli effetti di tale mossa avrebbero ripercussioni militari/politiche che lo penalizzerebbero elettoralmente. Meglio quindi chiamare il popolo alle urne in anticipo e, con un nuovo assetto politico, sferrare l’attacco a Tehran. Ma c’è dell’altro: negli Stati Uniti le elezioni presidenziali sono un altro momento chiave per la strategia di Netanyahu: se le quotazioni del futuro candidato repubblicano lasciano intravedere una sconfitta per Obama, Israele potrebbe anche attendere ad attivare l’opzione militare (un presidente repubblicano potrebbe infatti essere “supportive” senza se e senza ma). Viceversa, se Obama fosse dato per vincente, l’attacco di Israele dovrebbe avvenire prima dell’elezioni americane: un Obama al secondo “term” avrebbe infatti la forza politica per opporsi a Netanyahu e per non supportare una strategia militare non condivisa.
Il 2012 rimane quindi un anno topico, nella speranza che veramente la “necessità” possa dare finalmente slancio alla politica.