Come sapete, questo è un anno di “elezioni presidenziali”. Negli Stati Uniti le primarie repubblicane stanno procedendo intensamente, mentre in Russia la bagarre di piazza ha incuriosito molto gli osservatori internazionali, poiché potrebbe influenzare notevolmente il futuro politico di Vladimir Putin. In questo contesto le relazioni tra i due colossi sono proiettate verso nuove tensioni, in parte anche per via degli spunti che la campagna elettorale americana potrà fornire nei prossimi mesi (sull’onda della sorpresa di Reagan dopo Carter negli anni ’80). Certamente un punto fondamentale di questo “stand-off” deriva dal desiderio di Mosca di mantenere un’influenza concreta e indisturbata sui numerosi paesi satelliti nati dal crollo dell’Unione Sovietica – ambizione di cui abbiamo discusso più volte in questi aggiornamenti. Gli Stati Uniti, a causa del loro focus nei paesi arabi, hanno però da recuperare un deficit di attenzione verso Mosca, che nel frattempo ne ha approfittato per rafforzarsi considerevolmente (ricordate il caso Georgia?). A nulla sono valse le proposte di allargamento NATO a quest’ultima e all’Ucraina: l’Eurasia non è il focus di Washington da molti anni, e non vi sono molte leve da esercitare.
Ne abbiamo parlato il 9 gennaio di quest’anno, quando raccontavamo della Russia “imperiale” come di una nazione che “è stata sempre affaticata dalla necessità di allargare la sua sfera d’influenza per difendersi dalle minacce esterne (non ha confini difendibili) e di mantenere al contempo una coesione interna tra etnie estremamente eterogenee tra di loro (l’allargamento dell’impero moscovita ha, nel corso dei secoli, incluso popolazioni diversissime tra loro). Putin è consapevole di questo e credo che riuscirà a imporre un’agenda politica ancora più aggressiva in termini di “influenza geopolitica” russa nella cosiddetta Eurasia, ovvero la zona d’influenza russa”. Mosca ha cercato di contestare ripetutamente i tentativi degli Stati Uniti di riposizionarsi in Europa Centrale in ottica di “contenimento” (anche se, tra i tanti esempi di attrito, il sistema balistico americano è ufficialmente stato progettato per contrastare minacce dal Medio Oriente), tanto da arrivare a posizionare propri missili ai confini con i suoi ex-satelliti in Europa. Se poi ricordiamo l’incidente avvenuto ai bordi tra Pakistan e Afghanistan alla fine dell’anno scorso (un elicottero americano che ha sbagliato totalmente bersaglio), non è difficile pensare all’ulteriore “punto” segnato dai russi, visto che l’alternativa all’approvigionamento delle truppe in Afghanistan tramite il Pakistan potrebbe avvenire proprio tramite la Russia.
Poi, d’improvviso, gli Stati Uniti si sono ritrovati nuovamente in vantaggio: le proteste di strada degli ultimi mesi lasciano intendere che il controllo del potere del clan Putin è assai più lasco: addirittura il clan stesso è diviso tra falchi e colombe, tanto che – seppur non escludendo una vittoria schiacciante dell’attuale primo ministro – il nuovo Presidente avrà certamente difficoltà a gestire l’apparato burocratico con la stessa efficacia del suo primo “term”. Per questo, lo scacchiere geopolitico si è rinnovato con nuove mosse (ad esempio, il probabile finanziamento dei gruppi di protesta su foraggiamento statunitense), che potrebbero ulteriormente accelerare lo “stand-off” in autunno quando sapremo chi è il nuovo Presidente degli Stati Uniti.
Per il momento, il mercato non vuole dare eccessivo peso a queste considerazioni: la Russia è uno dei best performers tra i mercati emergenti. Ma, certamente, lo sconto importante che il listino azionario mantiene rispetto ai suoi peers deriva anche da questa persistente incertezza di relazioni. Se dovessimo segnalare un altro check-point critico per riverificare la situazione, potremmo indicare il prossimo meeting NATO-Russia, che si terrà a Chicago a maggio. Keep an eye on triggers for escalation…