LTRO = non-evento

Il tanto atteso LTRO è stato un non-evento (€ 529bn): poco lontano dal consensus – quindi i mercati non sono stati colti di sorpresa – l’ammontare assegnato non rischia nemmeno di rendere eccessivamente difficoltosa la posizione della Banca Centrale Europea, grazie a una partecipazione molto elevata (anche delle piccole banche) e alla riduzione del cosiddetto “stigma” di andare a chiedere denaro presso la BCE. Il BTP ne beneficia, con lo spread che si restringe di altri 18bps e il tasso che quota intorno al 5.15% (il due anni è addirittura a livelli pre-crisi: 2.06%). E nonostante l’Eurostoxx 50 abbia chiuso a -0.3%, l’Italia è rimasta flat con alcuni nomi in spolvero: Luxottica a +6% (outlook bullish), MPS a +4% (leva su BTP) e UBI in recupero a +2% dopo il brutto andamento degli ultimi giorni.

Dall’altra parte dell’Atlantico, l’audizione di Ben Bernanke al Congresso ha forse destabilizzato le aspettative di molti investitori (movimento intraday schizofrenico ed S&P 500 a -0.17%, as of writing), i quali hanno interpretato le sue parole come un apparente segnale di una politica monetaria più “hawkish” rispetto alle attese. Quoto Ben: “[…]looking farther ahead, participants expected the subdued level of inflation to persist beyond this year. Since these projections were made, gasoline prices have moved up, primarily reflecting higher global oil prices–a development that is likely to push up inflation temporarily while reducing consumers’ purchasing power. We will continue to monitor energy markets carefully. Longer-term inflation expectations, as measured by surveys and financial market indicators, appear consistent with the view that inflation will remain subdued”. Tradotto in italiano semplice, il bilancio della Fed non sarà espanso ulteriormente (i.e.: no QE3), ma non vi è necessità di spaventarsi per un “early tightening”, che non sarà comunque anticipato salvo accadimenti non attesi.

L’euro ha quindi registrato una giornata finalmente in controtendenza (-0.78%), preceduto però da alcune materie prime che hanno stornato in maniera ancora più aggressiva: l’oro perde quasi il 3.5%, l’argento oltre il 5%, il petrolio si assesta a -0.8% e solo il gas naturale quota con segno positivo (+1.6%). Sarà l’effetto Bernanke? Comunque sia, l’ondata di liquidità sta mantenendo i risky assets “well bid”, lasciando quindi a bocca asciutta quelli che speravano in uno storno per rientrare al tavolo da gioco. Alcuni indicatori anticipatori puntano comunque a un possibile picco del momentum dell’attività produttiva globale intorno alla primavera: domani avremo ulteriori data point con la pubblicazione dei dati di PMI dalla Cina, l’ISM manifatturiero dagli Stati Uniti e altre survey dall’Europa – saranno tutti segnali importanti per procedere a un assessment più ragionato della congiuntura di breve periodo.

Nei prossimi giorni, però, sarà anche interessante tornare a riflettere sul caso Grecia: sia a livello economico che per quanto concerne le riflessioni politiche, il 2012 potrà ancora serbarci delle sorprese. Come ci insegnava Nietzsche, i significati nascosti all’interno della tragedia greca rappresentano pulsioni contrastanti. Stiamo vivendo un momento “apollineo”, ma teniamoci pronti a futuri exploit “dionisiaci”.

Forza dell’oro e pullback macro

Guadagni modesti across-the-board (ma pur sempre guadagni) con l’S&P 500 che per la quarta sessione consecutiva è positivo a +0.36% (l’indice è stato negativo solo dodici volte quest’anno). Il newsflow della giornata non è stato in grado di intaccare la narrativa del mercato, ovvero: rimozione di “tail risk” dall’area euro, miglioramento delle traiettorie di crescita e politica monetaria estremamente accomodante. Ma non c’è molto movimento, anche alla luce dei catalyst della settimana: domani l’asta LTRO della Banca Centrale Europea, poi abbiamo Bernanke e i dati macro negli Stati Uniti (GDP e ISM manifatturiero), infine ci sarà un nuovo meeting dei leader europei i primi due giorni di marzo. Sul mercato si ripete sempre la stessa cosa: “there is a steady bid to the tape, especially on pullbacks”. Non ci sono compratori aggressivi – ma investitori che piano piano stanno accumulando – e mancano anche forti venditori e shorters. Incredibile il momentum del settore tecnologico: ad esempio Apple (+1.48%, nuovi massimi storici), che ha annunciato il lancio dell’iPad di terza generazione per il prossimo 7 marzo.

Sul fronte macro c’è stato un pullback nei durable goods di gennaio (-4% contro -1% di attese e del dato precedente a +3.2%), il che ha portato alcuni a ripensare le stime per il prodotto interno lordo per il primo trimestre di quest’anno: anche la reazione dell’equity è stata sul momento di “sell-off”, ma si è poi invertita quando sono usciti i numeri forti sulla Consumer Confidence (70.8 vs. 63 delle attese, miglior dato dall’anno scorso), molto influenzati dal buon andamento del mercato del lavoro negli Stati Uniti. Sempre sugli ordinativi di beni durevoli, per la prima volta abbiamo osservato l’effetto dell’expiry dello stimolo fiscale implementato sulle modalità di ammortamento accelerato degli investimenti delle società statunitensi: per dirla in breve, non c’è più quel forte incentivo per le imprese a fare capex, con conseguenze importanti anche sull’andamento macro dei prossimi mesi. Permane quindi la validità dell’osservazione che abbiamo fatto più volte nelle scorse settimane, ovvero che il trend di sorprese macroeconomiche positive negli Stati Uniti possa subire un assestamento al ribasso, con effetti potenziali anche sui risky assets in generale.

Sul nostro fronte – quello dell’area euro – è significativa la forza della valuta comunitaria: contro dollaro si è apprezzata di un 6.5% dai minimi di gennaio, portando con sé un rovescio della medaglia rappresentato dalla debolezza del biglietto verde e dalla relativa forza del comparto delle materie prime. Abbiamo già parlato di petrolio l’altro giorno, ma registriamo oggi un’ottima performance dell’oro che – sebbene chiuda il mese con un guadagno “single-digit”, da inizio anno fa registrare un apprezzamento del 13.6%.

Il tema rimane infatti quello di monetary debasement: le banche centrali di mezzo mondo stanno facendo espansione dei propri bilanci. Qualsiasi store of value reale è sostenuto da questo fenomeno. Vedremo domani mattina quanta nuova liquidità riuscirà a creare la Banca Centrale Europea e che effetti avrà sul risk appetite complessivo.

Petrolio: Supply&Demand vs. rischi geopolitici

È ormai diventato un tema ricorrente di molte analisi: l’apprezzamento del greggio nel mese di febbraio è stato considerevole (oltre il 10%) e pone dei seri rischi agli sviluppi congiunturali. Da una parte, infatti, sono state esagerate le aspettative di un calo della domanda globale di petrolio: il rallentamento di questa non c’è stato nell’ultimo trimestre dell’anno scorso – come invece prospettato dall’Agenzia Energetica Internazionale – e piuttosto stiamo osservando una ripresa nei mercati emergenti e un incremento di domanda dal Giappone.

Dall’altra, vi sono diverse issue sul lato dell’offerta che non dovrebbero essere sottostimate. La produzione non-OPEC al di fuori degli Stati Uniti – secondo i nostri analisti – continua a sottoperformare: la produzione in Siria è compromessa (sono circa 350mila barili al giorno), i pozzi in Sudan rimangono fermi (altri 350mila) e solo adesso sta nuovamente iniziando a scorrere l’oro nero dello Yemen (circa 300mila barili). Altro aspetto segnalato dai nostri è l’equilibrio molto “tight” tra domanda e offerta: i ritmi di produzione sono a livelli massimi in termini di utilizzazione della capacità produttiva e questo comporta ulteriori difficoltà nell’affrontare shock inattesi sul lato dell’offerta – ovvero, crisi in Iran, altri blocchi in Nigeria, un potenziale cambio di regime in Venezuela e l’incognita politica russa.

In questo contesto, c’è forse un mercato che è più chiaramente “winner” rispetto ad altri, ovvero Matuška Rossija: le elezioni presidenziali – su cui spesso ci siamo espressi con toni poco preoccupati, perché è un imperativo strategico mantenere saldo a tutti i costi l’apparato burocratico costruito dal clan Putin – hanno distratto molti investitori da fondamentali in miglioramento e da una “secular story” che si cela dietro le quinte, soprattutto in rapporto a Europa (a suo tempo parlavamo dei legami con la Germania) e Cina. Ad esempio, il gas che arriva sul nostro continente attraverso i paesi baltici tramite il gasdotto “Nord Stream” sta molto aiutando le esportazioni russe, e anche l’andamento del greggio favorisce Mosca, in quanto maggiore venditore di combustibile se misurato secondo il potere calorifico di barili equivalenti (la Russia esporta soprattutto gas). Inoltre, il paese possiede una delle reti più estese in termini di capacità distributiva e anche per questa ragione mantiene una certa flessibilità rispetto ai rischi geopolitici del golfo Persico.

Ma per un “winner” ci sono anche diversi “losers”. Oggi, ad esempio, i mercati europei hanno passato gran parte della giornata in profondo rosso – temendo, tra le altre cose, un impatto macro del rialzo delle quotazioni petrolifere – per poi recuperare qualcosa sull’onda dei buoni dati sul fronte immobiliare negli Stati Uniti (e l’S&P 500, as of writing, è addirittura positivo a +0.15%). In America siamo sui massimi, mentre in area euro ci siamo un po’ fermati. La liquidità abbondante e il desiderio di partecipare all’apprezzamento dei risky asset potrebbe limitare qualsiasi storno. Per il momento, meglio però aspettare una più interessante buying opportunity.

Una scommessa sul Sol Levante?

Tre giornate negative – come non capitava da prima dell’Epifania – hanno fatto da preludio a un buon venerdì: as of writing, Eurostoxx 50 è a +0.61%, l’Italia recupera un buon punto percentuale e gli Stati Uniti sono flattish (S&P 500 a +0.25%). Notevole il rimbalzo della Russia, che – un po’ facendo leva sull’andamento del greggio – porta a casa quasi quattro punti di guadagno. Sul fronte “politico”, come detto, anche il secondo programma di sostegno alla Grecia è stato digerito dai mercati come un modo per guadagnare tempo, mentre sul fronte “monetario” l’asta della BCE di mercoledì prossimo contribuirà ad alleviare ulteriormente il rischio di liquidità per il sistema bancario europeo e indirettamente per gli emittenti sovrani a rischio all’interno dell’area – ma non sarà un innesco per una nuova gamba al rialzo dei risky assets.

Non la prossima settimana, ma il 6 marzo si terrà il famigerato “Super Tuesday”, con 10 primarie per i candidati Repubblicani. L’incertezza sulla nomina del candidato Repubblicano è molto aumentata negli ultimi tempi. Gara appassionante tra i tre maggiori contendenti – Gingrich, Romney e Santorum – sebbene i punti fondamentali in campo Repubblicano restino il taglio delle imposte e la riduzione della spesa pubblica. Ma Obama, nel medio termine, potrebbe avvantaggiarsi di una ripresa economica che sta andando a impattare anche il tanto vituperato settore immobiliare, dove non solo oggi abbiamo visto dati in ripresa (vendite di nuove case in recupero tendenziale, con scorte a livelli finalmente “normali”).

Ma la vera sorpresa non sarà né la performance degli Stati Uniti né la possibilità di vedere una ripresa di fiducia in area euro, bensì quello che capiterà nella terra del Sol Levante. Il Giappone è stato dimenticato per tanto tempo: appena entrato in Credit Suisse, ho potuto vivere in prima persona un rarissimo apprezzamento di oltre 60 punti percentuali tra il 2005 e l’inizio del 2006, seguito da ulteriori rialzi fino a superare quota 18000 del NIKKEI. Poi, il buio più totale, accompagnato da un progressivo e inesorabile apprezzamento dello yen, che dai minimi contro dollaro di 124 del 2007, a inizio 2012 quotava intorno a 76.

Poi, recentemente, sono accadute due cose: da una parte la Bank of Japan ha deciso di attivare un programma di Quantitative Easing con un obiettivo d’inflazione all’1%, dall’altra si è probabilmente esaurita quell’ondata inflativa globale guidata dall’investment frenzy sui mercati emergenti – e che ha coinvolto anche materie prime e infrastrutture (ora sui mercati emergenti si parla di consumi domestici, altra storia…). La BoJ, per rimanere “solvente”, avrebbe bisogno di svalutare la valuta locale contro il dollaro, spingendosi quindi oltremodo in un terreno di “inflation-targeting”: questa strategia porterebbe però gli investitori locali – soprattutto quelli che detengono JGBs – a cercare protezione e rendimento, spostando quindi asset sull’azionario. E, viceversa, se c’è una regione che potrebbe beneficiare di un’inversione di tendenza nel fenomeno inflativo dell’ultima decade, è proprio il Giappone, che è stato tanto sotto pressione per la sua inerente essenza “deflativa”.

Se poi, come abbiamo visto in febbraio, si confermerà il trend d’inversione tra dollaro e yen – e non è escluso che la miglior congiuntura negli Stati Uniti porti anche la Federal Reserve a invertire la propria politica – allora stiamo per assistere davvero a un epocale giro di boa per gli amici di Tokyo. Che sia una delle scommesse da mettere in portafoglio per il 2012?

De-escalation in Medio Oriente

La crisi in Siria sta subendo una nuova accelerazione: dopo l’uccisione di altri giornalisti europei, sale la pressione sui governi occidentali affinché si arrivi a un intervento. Permangono però molti dubbi, dato che la Siria non è come la Libia: i militari sono ben organizzati – nonostante le numerose defezioni – e le opposizioni sono invece confuse, abbassando quindi le probabilità di un attacco in stile-Libia. Forse è più probabile un contributo d’armamenti ai rivoltosi, o la creazione di una zona “buffer” dove possano rifugiarsi i civili e i disertori.

Ci sono poi gli americani che non muoiono dalla voglia di impelagarsi in un nuovo scontro mediorientale che sarebbe – anche in questo caso – caratterizzato da lotte settarie; e ci sono anche i russi, che hanno una base militare a Tartus (ex-possedimento della marinara Repubblica di Genova) e che spesso si sono posti a scudo del governo di Bashar al Assad, addirittura proponendosi come mediatori tra opposizioni ed elite dominante.

Ma il paradosso forse più eclatante è che sia nell’interesse di Israele che in quello americano, la Siria deve stare lì dove sta, mantenendo Assad al potere e influente rispetto ad Hamas e a Hezbollah (il Libano è pervaso da influenze siriane). E anche per russi e iraniani vale un discorso simile, benché nessuno dei due paesi abbia per forza un legame di sangue con la famiglia Assad, tanto da arrivare forse a considerare un accordo sotto banco per mantenere al potere una nuova elite alawita. Di fatto, seppur difficile da controllare, il regime di Assad (o un regime similare) è il minore dei mali quando si tratta di considerare l’entropia dei militanti islamici dell’area o dei terroristi che attraversano questi paesi.

Dall’altra parte, la crisi con l’Iran sta mutando seguendo una traiettoria che anche in passato abbiamo evidenziato. Dal lato iraniano, infatti, si sta cercando di arrivare a una de-escalation della strategia di contrapposizione forzata con gli Stati Uniti: ne sono un esempio gli esercizi militari annullati vicino allo stretto di Hormuz e spostati invece pochi giorni fa nell’entroterra del sud del Paese, in un chiaro tentativo di calmare gli animi dei guerrafondai. Allo stesso modo gli Stati Uniti hanno posticipato a loro volta degli esercizi militari da fare insieme a Israele (e schedulati prima ad Aprile), altro segno palese di “facilitazione” di un processo di negoziazioni che sta proseguendo dietro le quinte. L’obiettivo dell’Iran è di poter estendere la sua influenza egemone nell’area senza creare eccessive preoccupazioni in Washington, mentre dagli Stati Uniti si è già visto come il focus strategico si stia spostando nuovamente in Estremo Oriente. Una de-escalation fa bene a tutti e due, quindi.

In tutta questa confusione geopolitica, il petrolio ha comunque avuto un mese di febbraio piuttosto buono, in termini di performance. Salvo exploit israeliani nei mesi primaverili, le quotazioni petrolifere potrebbero non rappresentare un problema per l’economia globale, soprattutto perché è interesse di molti che in Siria si trovi una soluzione “negoziale” alla crisi.

Sui “nostri” mercati, invece, prosegue la fase di decompressione: Eurostoxx 50 -0.43%, FTSE MIB -1.48% e BTP in allargamento di 3.3bps. Senza per forza dover fare riferimento a un momento di “risk-off”, molti indicatori segnalano che è il momento di adottare un approccio più calmo: anche l’anno scorso i mercati hanno avuto un inizio strabiliante, per poi deludere le aspettative per molti mesi; il posizionamento degli investitori rimane ancora piuttosto estremo e decisamente non corale in termini di rischio; e la “picture” macro potrebbe subire un offuscamento per il semplice fatto che è impossibile mantenere un ritmo di sorprese così forte per troppo tempo. Therefore, stay neutral…ma ricordiamoci che dobbiamo essere pronti a comprare “on weakness”!

Mettere fieno in cascina?

È forse arrivato il momento della “decompressione”: dopo una salita che – dai minimi di fine settembre 2011 – ha portato l’S&P 500 a registrare un sonoro +27% e l’Eurostoxx 50 un ancor più strabiliante (e volatile) +30%, ora sembra che sia iniziata una breve pausa. Il fatto è che ci siamo abituati a vedere i risky asset performare molto bene giorno dopo giorno, e quasi ci pare strano che per due giorni consecutivi ci sia il segno rosso sui nostri screen. As of writing, l’area euro ha chiuso a -0.89%, mentre l’S&P 500 è a -0.39%. Peggio ha fatto la Russia (-1.51%) e meglio la Cina (+0.93%), dove l’incremento dell’indice HSBC PMI da 48.8 a 49.7 mostra da una parte che la politica monetaria e fiscale cinese potrebbe aiutare la congiuntura macro (un dato sotto il livello di 50, infatti, rappresenta ancora “contrazione”) e dall’altra che qualche “tentative sign” di recupero può – in prospettiva – rincuorare sul resto dell’anno. Certo è che in Europa gli stessi dati di PMI non rallegrano ancora, soprattutto con l’euro ancora relativamente così alto: per aggiungere basis point positivi al PIL dell’area è necessario che la nostra valuta si deprezzi almeno fino a 1.10/1.20.

Quindi, non è insensato ripescare la nostra tesi di qualche settimana fa: ovvero, che può essere prudente portare del “fieno in cascina” e poi fare un re-assessment della situazione una volta che la marea cambia (e mi riferisco qui anche al prossimo LTRO di fine febbraio). A livello politico, infatti, siamo nell’occhio del ciclone o – come scriveva ieri sul Financial Times il capo economista di HSBC, Stephen King – al punto di svolta del sistema “tolemaico” centrato sull’egemonia tedesca. La metafora è molto più azzeccata delle tante altre che noi più volte abbiamo tentativamente pensato: Berlino sta ancora pensando a un sistema europeo dove le sue contraddizioni fondamentali la portano a esprimere ulteriori paradossi, come ad esempio quando proclama l’auspicio che i paesi periferici si guadagnino una via d’uscita dalla crisi attraverso una deflazione auto-inflitta – senza considerare però che questo comporterebbe molto probabilmente un aumento di inflazione in Germania (mal digerito dai grandi e piccoli elettori tedeschi).

Ma la rivoluzione copernicana che ci attende non è stata ancora impostata. Anche in questo caso, ne abbiamo profusamente discusso in passato: bisogna pensare a una “teoria della relatività” dell’area euro. Se vogliamo arrivare a una soluzione definitiva della crisi, il pacchetto chiuso lunedì notte e colto con così assordante indifferenza dalla comunità finanziaria non ne rappresenta sicuramente un inizio. È un’altra pezza che tappa una falla ma crea ulteriori debolezze (come ad esempio la “seniority” della BCE). Quei 130 miliardi – e pure quelli di un potenziale Greek Bail-out III – potrebbero essere meglio spesi se indirizzati a un “piano Marshall” per la periferia, dove gli investimenti vanno nell’economia reale, con la creazione di imprese dove una manodopera a più basso costo (a tendere) sarà più produttivamente occupata; dove un atteggiamento più tollerante verso l’inflazione farà da sfondo a un maggiore consumo da parte dei tedeschi; e dove un framework fiscale ancora tutto da finalizzare permetterà di bilanciare shock ciclici attraverso opportuni trasferimenti fiscali.

Ma fintanto che la Germania tolemaica si perde nella trascendenza della Presidenza della Repubblica (che figuraccia anche per la Merkel!!), noi tutti rischiamo che il futuro dell’Europa – quello strano costrutto politico economico che si supponeva dovesse avere in sé il proprio principio e la propria fine, quindi d’essere immanente – venga trascurato oltremodo.

Meglio quindi mettere fieno in cascina, che dopo questi guadagni, male non fa…

Commissariamento cantonale della Grecia

Nonostante l’agreement di ieri notte (more on this below), l’Eurostoxx 50 ha chiuso la giornata negativamente (-0.34%), con la Germania che ha fatto addirittura qualche basis point peggio (DAX: -0.58%), mentre oltreoceano – as of writing – l’S&P 500 è a +0.46% (ma non dimentichiamoci che ieri negli Stati Uniti i listini azionari erano chiusi e dovevano inseguire l’ottimo lunedì europeo). Se nel nostro continente l’equity è rimasto “indietro”, l’obbligazionario si è invece comportato relativamente bene, con il BTP di nuovo in restringimento (-6.3bps) e a quota 5.40%, preceduto dalla Spagna (-7.2bps) e seguito dall’Irlanda (-2.8bps).

Graficamente il rally dei mercati è abbastanza impressionante, dato che dall’inverno scorso è stata un’impennata piuttosto “steep”. Ma tant’è: market is always right! Più proni all’errore sono invece i singoli individui, anche e soprattutto quando si avventurano in stime e previsioni. Prendiamo ad esempio quanto è uscito dall’accordo di ieri sera – per lo meno in termini di “sostenibilità” del debito greco: l’impressione è che si tratti di un’operazione tutta sul filo del rasoio, dove anche il minimo scostamento rispetto al piano può produrre effetti collaterali indesiderati.

Lo scenario di base della Troika è che il prodotto interno lordo di Atene si contragga di un altro 4% quest’anno, per stabilizzarsi poi nel 2013 e crescere infine intorno al 2.7% all’anno nel lustro successivo. Le stime dei nostri burocrati incorporano anche una posizione fiscale nel 2014 già in avanzo primario (4.5% del PIL), surplus poi assunto tale per gli anni a seguire. Con questi presupposti, il debito greco scenderebbe al 129% nel 2020: alcune opzioni aggiuntive aiuterebbero però a raggiungere l’obiettivo del 120% (che, come sappiamo, non rappresenta comunque una soglia “sostenibile”).

Ora, la Troika ha anche incluso nei suoi documenti un cosiddetto “tailored downside scenario”, ovvero una stima di come potrebbero andare le cose se Atene mantenesse lo status quo in termini di politica economica: in questo caso, il PIL scenderebbe del 4.8% quest’anno (mezzo punto peggio del caso “base”), contraendosi anche nel 2013 dell’1% e poi crescendo in media dell’1.9% negli anni successivi. Con queste previsioni la Grecia non raggiungerebbe un avanzo primario del 4.5% almeno fino al 2017 e il rapporto debito/PIL finirebbe al 159% nel 2020.

Come alcuni analisti si stanno domandando in queste ore, questa stima è davvero rappresentativa di un “tail risk” o si tratta forse di un’ipotesi realistica visto il track-record dei politici greci? Ecco perché la Troika ha deciso di perseverare con l’idea di una “nanny” che faccia da balìa e da controllore su Atene, “…ensuring the timely and full implementation of the programme”. Difficile sapere se questo commissariamento cantonale della Grecia sarà facilmente digerito dalla popolazione…

Il rally si estende

Anche questo lunedì si è chiuso con forti guadagni: i listini europei hanno esteso il rally ai massimi degli ultimi sei mesi, probabilmente un po’ nella speranza che dal meeting odierno tra i ministri delle finanze dell’Eurogruppo arrivi qualcosa di nuovo sulla Grecia (ancora no news sui nostri screen) e un po’ in seguito alla riduzione (a sorpresa) del tasso di riserva obbligatoria da parte della banca centrale cinese, che potrebbe liberare ulteriore liquidità per alcuni settori dell’economia. Quindi, Eurostoxx 50 a +1.19%, l’Italia a +1.07% e la Germania – con il DAX – a +1.46%. Sul fronte tasso si sono stretti gli spread sull’Italia (-12.8bps) e sulla Spagna (-13.3bps), mentre i “core rates” della Germania si sono un po’ allargati. Rimane molto resiliente anche l’euro, che contro il dollaro quota a 1.3249 e contro lo yen sta a 105.42 (peccato non aver colto questo storno della valuta nipponica).

Valute, spread, riserve obbligatorie: comunque sia, stiamo sempre parlando di liquidità, di una fase “risk-on” quasi completamente liquidity-driven, dove addirittura le lezioni del passato a poco sono servite per adottare gli strumenti corretti per risolvere la crisi attuale. Se Ludwig von Mises o Friedrich von Hayek fossero tra noi, scriverebbero che l’ultima crisi è stata generata da banchieri centrali che hanno incentivato un notevole “mis-pricing of the cost of capital”, forzando quindi una sua “mis-allocation” e conducendo quindi a un ciclo vizioso di bolle, di leva e di debito. Le bolle sono poi scoppiate, ma i debiti e la leva sono rimaste, anzi, si sono ingigantite. E oggi i banchieri centrali ripropongono la medesima formula. Per questo risulta molto difficile distinguere tra scelte tattiche e decisioni strategiche, perché quando la marea di liquidità sale, si porta con sé un po’ tutto. L’importante diventa quindi capire quando portare le fiche via dal tavolo.

Detto ciò, il framework che seguiamo – ovvero la correlazione tra appetito per il rischio e momentum della produzione industriale globale – ci segnala come possa arrivare una primavera mite nonostante l’impasse greco (dove, mal che vada, si potrebbe evitare comunque un “default” attraverso un prestito ponte, così da prendere ulteriore tempo). Data la forte crescita della domanda nel corso dell’ultima parte dell’anno scorso – un po’ fuori dalle aspettative di tutti – il lato della produzione ha ancora ampi margini per espandersi e fare un po’ di “catch-up”, il che potrebbe significare investimenti/creazioni di scorte/assunzioni. Poi, come detto, le politiche monetarie rimangono straordinariamente espansive – anche la Bank of Japan è rientrata in partita, attivando un nuovo round di acquisti e fissando un target d’inflazione intorno all’1%. Come dice il nostro economista Neal Soss, “all together now, let’s ease”. E questo comporta che viene anche minimizzato l’effetto negativo di qualsiasi shock finanziario, consentendo anzi di fare leva sulla ripresa del ciclo economico globale.

Rimanere risk-on potrà quindi premiare ancora, almeno fintanto che non si raggiunge un limite all’espansione “tossica” dei bilanci delle banche centrali. A quel punto, quale shock vivremo? Deflativo (deleverage colossale) o inflativo (perdita totale di credibilità da parte delle banche centrali)?

La scelta di Eracle

Pare incredibile come il Mito e la Storia vengano oggi in aiuto nell’interpretazione delle vicissitudini greche. A suo tempo, Georg Friedrich Händel compose un oratorio sulla storia della “scelta di Eracle”, ovvero di quella parte del mito che racconta di un figlio di Zeus (e della mortale Alcmena) ancora non molto eroico e alle prese con la difficile scelta tra una vita fatta di virtù etica e morale e un’altra colma di piaceri e di peccato. Alla fine, come sappiamo, Ercole scelse la strada della rettitudine – facendo la fortuna dei “copy-writer” antichi che ne descrissero le eroiche gesta. Nel 2012, invece, i non molto eroici politici greci si ritrovano tirati per la giacchetta da una parte e dall’altra, da una famiglia europea che spesse volte non sa essere rigorosa e al contempo benevola (si vedano gli atteggiamenti diversi di Schäuble e Merkel) e da una deriva populista e pseudo-indipendentista che, facendo leva su sentimenti esasperati di una popolazione stremata dall’austerità, vede in una uscita dall’area euro una sorta di catarsi collettiva per la nazione tutta.

Oltre a questo dilemma “morale” per i poltici ateniesi, vi è però il ben più complesso “aut-aut” tecnico per le controparti europee, ovvero quell’insieme di dettagli che determineranno il successo o meno della ristrutturazione del debito greco. E qui, come sappiamo, sono pochi i parlamentari che hanno le competenze e la pazienza per addentrarsi in meandri tanto oscuri e allo stesso tempo così contradditori.

C’è ad esempio la condizione della Banca Centrale Europea, che con il debt-swap agreement con la Repubblica Ellenica paventato ieri (e forse implementato oggi) potrebbe uscire dal tavolo del PSI, eliminando da una parte il “free-riding” di creditori furbetti (la BCE è il maggior detentore di obbligazioni greche e non potrebbe mai accettare un “hair-cut”, perché implicherebbe un finanziamento monetario del bilancio greco) ma creando contemporaneamente un grosso problema per altri creditori. Infatti, tale swap offrirebbe alla BCE lo status di “preferred creditor”, ovvero al di sopra di qualsiasi azione coercitiva di Atene, poiché eviterebbe all’istituto centrale di registrare una perdita sulle obbligazioni greche che detiene in portafoglio – e permettendole quindi di non contravvenire ai Trattati istitutivi (divieto di “monetary-financing” degli Stati sovrani dell’area euro). L’effetto indiretto è che tale “preferred status” – lo stesso che gode di fatto il Fondo Monetario Internazionale – causerebbe probabilmente uno scossone negli altri mercati governativi dell’area euro, poiché in caso di altre ristrutturazioni (Portogallo? Irlanda?) la BCE otterrebbe un trattamento diverso rispetto agli altri creditori. Ergo, non sarebbe da escludere un altro re-pricing dei Titoli di Stato della periferia.

Un altro tecnicismo di difficile comprensione per i parlamentari di mezza Europa è rappresentato dalla “time-line” di questa ristrutturazione. Prendiamo l’attuale ipotesi di PSI, per esempio: nonostante che non vi siano dettagli ufficiali, il governo di Atene dovrebbe avere disposizione di almeno una decina di giorni per consentire ai bond-holders di leggere e valutare l’offerta, procedendo quindi a dichiarare il proprio interesse a partecipare. Ma i creditori vorrebbero aspettare prima la votazione dei parlamenti europei a favore del secondo pacchetto di aiuti, così da avere la certezza che dietro la ristrutturazione ci sono i soldi dell’EFSF e dei contribuenti. Allo stesso tempo, bisogna intervenire anche su quelle obbligazioni greche che stanno alla base di alcune operazioni di riacquisto (“repo”) che varie istituzioni europee hanno in piedi con la BCE: questo collaterale dovrebbe essere sostituito con altri asset (magari debito dell’EFSF), in tempi utili affinché si possa procedere poi all’effettivo swap del debito greco attuale con quello “nuovo”.

Ma, come potete intuire, quello appena illustrato non è un banale manierismo finanziario: è quell’insieme di dettagli e di minuziose regole che determina o meno l’avverarsi di un incidente “tecnico” che potrebbe portare a conseguenze non “scontate” dai mercati. Ecco quindi che si inizia a comprendere il perché di un certo balletto a cui stiamo assistendo a livello europeo, con Schäuble che commette “gaffe” diplomatiche, con i politici greci che quasi sperano di posticipare il PSI a un post-elezioni (dopo aprile, quindi), con il dibattito che si riaccende su un potenziale default di Atene o sul prosieguo della tragedia “Greek bail-out”.

Come per Eracle, la scelta tra virtù e vizi non è stata ancora fatta…

Pur troppo s’è fatta l’Europa, ma non si fanno gl’europei

Pur troppo s’è fatta l’Europa, ma non si fanno gl’europei

I risky assets stanno recuperando parte di quello che hanno perso durante la giornata di venerdì: ad Atene la votazione parlamentare di ieri notte è servita a qualcosa, nonostante che spaventino ancora le dinamiche di “strada” (more on this later). Benché i media siano dominati da questo tema, la crisi greca rimane probabilmente un capro espiatorio per giustificare la fatica del mercato in questi ultimi giorni. Non c’è convinzione né verso l’alto né verso il basso e vedo con difficoltà una rottura rialzista nel breve, anche se “the pain trade remains higher”. L’Eurostoxx 50 ha chiuso a +0.43%, seguito dall’S&P 500 che – as of writing – è a +0.40% e il Brasile che è a +1.89%, mentre l’Italia ha chiuso flattish.

Per quanto riguarda le nostre elucubrazioni quotidiane, vi riporto che tra venerdì e lunedì sono uscite alcune interessantissime analisi del Financial Times che vale la pena riprendere, perché racchiudono bene parte del pensiero che abbiamo sviluppato in questi mesi sul tema Grecia e su quello “Europa”. Stamattina l’editorialista Wolfgang Münchau ha esordito nel suo articolo richiamando l’attenzione sull’incompetenza della leadership europea (i nostri “pigmei” di qualche giorno fa). Quoto: “they lacked experience in managing financial crises. They did not even consult with policymakers in other parts of the world who had dealt with crises in previous decades. Armed with ignorance and arrogance, they ended up repeating everyone else’s mistakes. They thought they were clever when they came up with the idea of an expansionary fiscal contraction”. Touché. Münchau ricorda inoltre che, nonostante la votazione di ieri notte, il secondo pacchetto di salvataggio per Atene deve essere votato dai parlamenti nazionali (ad esempio, dal Bundestag): quindi, c’è sempre il rischio che il treno deragli prima di arrivare a destinazione. Aggiungo poi una mia valutazione a quanto scritto da Münchau: se prendiamo ad esempio il target di riduzione del debito sul PIL al 120% nel 2020 (obiettivo che fa parte del programma di salvataggio), questo è semplicemente un modo per “tutelare” l’Italia rispetto al proprio rapporto debito/PIL, perché di fatto non è sostenibile per noi né a maggior ragione per la Grecia. Dovrebbe scendere sotto il 60% per avere effetti positivi. Meglio quindi lasciarla fallire (la Grecia) e utilizzare le risorse europee per attivare un piano Marshall che aiuti il paese a ricostruire un’infrastruttura economica e sociale e garantisca alla nazione un futuro realisticamente raggiungibile.

Altra riflessione, stesso quotidiano. Quentin Peel – corrispondente dalla Germania per l’FT – ha partecipato a un convegno settimana scorsa al quale la Merkel si è prestata per gli introductory remarks, e il pensiero che ne è scaturito spiega in parte ciò che la nostra mente apparentemente “obnubilata” non ha saputo cogliere nel corso di questi mesi: la Merkel non vuole solo un’unione fiscale, un’austerità diffusa e una riduzione del peso dei debiti statali; il Primo Ministro tedesco vuole imprimere un’accelerazione al fenomeno politico che si chiama Europa e che, purtroppo, sinora è stato il dilettuoso rompicapo di una serie di raffinati “bricoleur”. Si tratta di quella “visione” (meglio dire forse, “una” delle visioni) di cui l’Unione ha bisogno, ma che certamente non è condivisa da tutti, in primis dalla Francia che non vuole assolutamente abbandonare la Quinta Repubblica. Se la Merkel vuole infatti trasferire “step-by-step” le competenze governative nazionali a Bruxelles, deve prima avere dalla sua parte le cosiddette constituencies, ovvero gli elettori.

E rimango quindi basito che Angela Merkel ritenga “giocabile” ora questa mano, in un contesto politico-sociale che sta evidenziando sempre di più uno scollamento strutturale tra la politica e la strada. Parafrasando l’ahinoi poco letto Massimo d’Azeglio, “pur troppo s’è fatta l’Europa, ma non si fanno gl’europei”. Che siano pragmatici i tedeschi, che seguano la realpolitik! Perché le molotov per le strade di Atene non sono mai da sottovalutare, nemmeno all’ennesimo anno di recessione.