Il 2 novembre vi parlavo di come il nomignolo “Troika” fosse “lo stesso appellativo utilizzato da tre advisor bavaresi che nei primi anni dell’ottocento gestivano in nome del principe Otto l’allora neonato Regno di Grecia”. Oggi, quasi mi è sembrato che a Berlino qualcuno abbia tentato di rivangare il passato con effetti spiacevolissimi per i mercati di oggi: ormai è l’ora di cena, ma tutti voi avrete ormai letto di quel “leaked” memo in cui la Germania propone di adottare misure di “commissariamento” per i paesi dell’Unione che non riescono a implementare a dovere le raccomandazioni di Bruxelles o della BCE. Un’evidente gaffe istituzionale che però nasconde un leit-motiv geopolitico che – dal dopoguerra – era stato assopito sino al 2007 e che è andato montando in questi ultimi anni, sull’onda della crisi di debito degli stati sovrani.

Senza allontanarci troppo da questi temi, abbiamo sentito di Sarkozy e della sua proposta di Tobin Tax, letta con molta amarezza dai nostri amici svedesi che – come brillantemente e prontamente descritto dal Peterson Institute for International Economics – hanno avuto una pessima esperienza con questo tipo di prelievo fiscale. Nel 1983 il governo social-democratico di Stoccolma ha promosso questa tassa, con aspettative elevatissime: un miliardo e mezzo di corone svedesi attese! Salvo poi ricavarne soltanto 80 milioni, vedere gli scambi ridursi ai minimi e perdere in liquidità e profondità sul listino azionario di Stoccolma (anche oggi più piccolo rispetto a quello di Oslo, beneficiario allora dei flussi di capitale in uscita dalla Svezia).

Purtroppo stiamo vivendo le ultime fasi di una politica miope ed estremamente polarizzata sulle scadenze elettorali nazionali. Manca totalmente una “visione” del futuro di quest’Europa confusa e raffazzonata. E i mercati sanzionano ancora una volta questo deficit di coerenza e puniscono i periferici: spread del BTP a +27bps, differenziale del Portogallo a +178bps e Germania che stringe ulteriormente, quotando ora sul decennale a 1.78%. Già negli scorsi giorni si è parlato di come il mercato fosse “stretched”, di quanto fossero troppo positive le sorprese macroeconomiche, delle posizioni di alcuni investitori eccessivamente lasse nel breve termine: un mondo “priced for perfection”, nel senso che non aspettava altro che l’innesco giusto per avviare uno storno (quanto durerà? E, soprattutto, quale sarà il prossimo “stato stazionario”?). L’Italia ha chiuso a -1.2%, la Francia a -1.6% e Hong Kong (dopo la settimana di festa) ha registrato un calo dell’1.6%. D’altro canto, negli Stati Uniti, as of writing, siamo solo a -0.32% sull’S&P 500: vuol dire che funziona ancora la preferenza difensiva rispetto a un posizionamento che era diventato estremamente ciclico nelle ultime settimane (forte sector rotation in quasi tutti i listini).

Ora, aspettiamo con trepidazione il risultato dell’ennesimo meeting a Bruxelles. Barroso ha portato una presentazione che, partendo dall’analisi lucidissima del ciclo vizioso che ci sta deprimendo, punta a promuovere l’occupazione e la mobilità intra-Unione (uno dei tanti aspetti che ci differenzia, in peggio, dagli Stati Uniti degli anni d’oro pre-2007). Vediamo se Merkozy & C. sapranno cogliere l’opportunità e vedere al di là dei propri seggi elettorali per il bene di tutti i cittadini europei (e dei loro sudari risparmi).

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