Oggi vorrei riflettere nuovamente sulle difficili prospettive del nostro Paese. Il passato ci è testimone, con l’economia italiana che negli ultimi 15 trimestri si è contratta per ben otto, riportando – dopo la Grande Recessione del 2008-2009 – il PIL ai livelli del 2005. Se si escludono i numerosi accadimenti esterni che hanno colpito l’economia globale, l’avventura dell’Unione Monetaria Europea non ha ripagato l’Italia degli sforzi compiuti: soprattutto oggi, il non poter aggiustare il valore della valuta nazionale pesa sull’impossibilità di bilanciare la perdita di competitività della nostra struttura produttiva “as a whole”. Come ci hanno spiegato bene da Berlino, questo significa che per ritrovare smalto dobbiamo percorrere una valle di lacrime e sangue: la cosiddetta “internal devaluation”.
Il problema è che se misuriamo la media mobile del tasso di crescita degli ultimi 10 anni, fino al 2010 il nostro Paese ha registrato un magro +0.28% per annum. Se ipotizziamo un tasso di crescita dello 0.5% per il 2011 e una recessione dell’1% per quest’anno, arriviamo velocemente a scoprire che la nostra economia, in media, si è contratta ogni anno dell’ultima “gloriosa” decade. La traiettoria, in definitiva, è stata costantemente al ribasso. E ce lo diciamo ogni giorno, sui giornali e sui report degli analisti: una delle ragioni di tale disfatta la ritroviamo nella perdita di competitività causata da tassi d’inflazione medi – nel lungo periodo – più elevati che nel resto dell’area euro (pensate soltanto alla differenza tra il costo del lavoro da noi e in Germania). Ma l’altro problema – che in questo caso ci accomuna alla Germania e al Giappone – è l’impatto della “demografia”: stiamo invecchiando, spendiamo poco e non siamo in grado di dare una rinfrescata al nostro modello di “business”.
Ci sono poi alcuni – ma io sono in netto disaccordo – che ritengono che questa anemia italiana sia causata in larga parte dal peso strozzante del nostro debito pubblico, di quel famigerato 120% di stock su PIL. In effetti, pagare questo debito e i suoi interessi ha assorbito molto dello scarso “reddito” pubblico degli ultimi anni. Ma, di nuovo, se ci confrontiamo a paesi come il Giappone, scopriamo che un paese può arrivare ad avere il 200% del debito su PIL, e riuscire al contempo a mantenere una buona traiettoria di crescita grazie alla competitività e alla dinamicità del settore delle esportazioni, che aiuta ad avere una bilancia commerciale positiva e un surplus di partite correnti, i quali a loro volta attirano investimenti, sostengono la crescita e finanziano il debito. Noi, invece, registriamo la situazione opposta, con deficit commerciali in deterioramento continuo negli ultimi anni (salvo vedere qualche “recupero” quando le importazioni calano nel momento in cui il PIL si contrae, come sta accadendo dalla metà del 2011 a causa del calo nella spesa pubblica…che timing!).
Dicevo prima che l’avventura europea non ha ripagato l’Italia anche perché la nostra economia non ha assolutamente partecipato al boom dei consumi e del mercato immobiliare osservato in altri paesi (ad esempio la Spagna): di fatto, le vendite al dettaglio e la spesa per costruzioni sono in calo costante da diversi anni. Ed è deprimente vedere grafici in cui tutte queste variabili, associate anche all’invecchiamento della popolazione e al deterioramento delle partite correnti, hanno di fatto provocato – come unica reazione – l’aumento della spesa pubblica per sostenere il PIL. In prospettiva, il vero problema è che ora l’Unione Europea (ooops, volevo dire la Germania…) sta costringendo tutti a ristrutturarsi per non avere deficit di bilancio: questo comporta che, se non riusciamo a recuperare competitività con l’estero e a segnare importanti surplus di partite correnti, la nostra economia continuerà a contrarsi in termini reali (danneggiando ulteriormente la dinamica debito/PIL).
Ora, la sfida è “entusiasmante”, per chi ha coraggio: dobbiamo virare la rotta di un declino ormai trentennale, attraverso riforme strutturali che devono restituirci competitività (investiamo in “tradeable goods industries”), efficientare la spesa pubblica (chiamiamo un consulente?) e, come ultimo step, ridurre lo stock di debito (facciamo come in Cile, attraverso un debt-to-equity swap).
Si tratta di una sterzata che nessuno è mai stato in grado di fare, se escludiamo ovviamente i casi non altrettanto entusiasmanti di default e di colossali svalutazioni.
Ma il re è ormai nudo…saremo in grado di rivestirlo?