Rischi positivi per l’area euro?

Sinora i mercati si sono comportati abbastanza bene. Rispetto alla seconda metà del 2011 – caratterizzata da un improvviso aumento della volatilità e da un atteggiamento schizofrenico di investitori e policymakers – queste prime battute del 2012 oserei dire che ci stanno sorprendendo positivamente. I dati macro negli Stati Uniti continuano a migliorare, il newsflow politico in area euro non destabilizza più di tanto i corsi azionari e la volatilità sembra scesa a livelli nuovamente normali – il tutto grazie anche all’intervento massiccio delle banche centrali.

Di schizofrenico rimane però l’assessment che gli investitori fanno della situazione: da uno scenario apocalittico siamo tornati alla pseudo-normalità, dove anche il paventato fallimento/restructuring della Grecia non scalfisce più di tanto l’ottimismo degli operatori. Ma tanta “boria” non deve lasciar pensare che siamo entrati nell’era di “goldilocks”: molti indicatori tattici lasciano pensare che sia vicina una correzione di breve periodo, la quale però dovrebbe lasciare spazio a un ulteriore apprezzamento delle attività maggiormente rischiose. Non è quindi facile essere più “smart” del mercato e iniziare a mettere in piedi qualche “hedge”, soprattutto dopo che il Dax fa oltre +8% da inizio anno, il NASDAQ +7% e i mercati emergenti +9%. Eppure, quando anche i flussi sui fondi azionari iniziano a tornare positivi, vuol forse dire che siamo – almeno nel breve termine – arrivati a un “massimo” di periodo.

Ma dato che, spesso e volentieri, ci si è focalizzati troppo sui messaggi negativi, proviamo ora a ripensare a uno dei “rischi positivi” che potrebbe spiazzare economisti, analisti e investitori: ovvero, che l’area euro eviti la recessione durante quest’anno (e facciamo finta di pensare che il deleverage europeo sia “dolce” e indolore”). Le variabili più rilevanti sono l’andamento della crescita nel resto del mondo e il deprezzamento dell’euro verso le principali valute nostre “partner” commerciali. Partendo dall’euro/dollaro, dai massimi dell’anno scorso la moneta comunitaria si è deprezzata di quasi il 13%, ovvero di una misura compatibile con un contributo non indifferente alla crescita del PIL dell’area. L’Unione Monetaria Europea è infatti una delle regioni più sensibili economicamente alle fluttuazioni del cambio: secondo l’OCSE, un deprezzamento del 10% potrebbe avere un impatto immediato e significativo sull’attività dell’area. E vista la relativa magrezza di prospettive per le nostre economie continentali, guadagnare dai 70 ai 180 basis points di PIL in più grazie all’euro debole, non è una prospettiva da sottovalutare in ottica di investimento.

L’altro elemento di supporto è legato alla riaccelerazione del momentum della crescita nel resto del mondo: negli ultimi mesi, molti indicatori ciclici hanno migliorato la loro performance e la prospettiva di vedere una crescita globale del 3.5% può sicuramente far del bene alle economie dell’area euro. Il contesto esterno macro è quindi relativamente positivo, mentre rimangono determinanti le condizioni finanziarie dell’Unione Monetaria Europea. Qui – in riferimento alla gestione politica della crisi – ripeto un mantra che ci ha accompagnati nel corso degli ultimi sei mesi: come disse Nietzsche, “la follia è nei singoli qualcosa di raro − ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola”.

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