Oggi mi permetto di prendere a prestito quanto ha scritto sul Financial Times odierno il governatore della Bank of Greece, il quale a sua volta cita Archimede: “datemi un punto d’appoggio e solleverò la Terra”. Ora, non solo in Grecia ma anche nel resto d’Europa manca esattamente questo punto d’appoggio, un “fondamento” sul quale basare l’Europa del domani. Già il 9 novembre scorso, infatti, menzionavo Jacques Derrida e la sua visione di un’Unione sempre “in costituzione” piuttosto che di una federazione di Stati tenuta insieme da trattati inviolabili e di per se stessi in ritardo coi tempi. Ora, l’eccessivo zelo sui temi di austerità fiscale e l’incongruente gestione della crisi dei paesi insolventi sta rischiando di trascinare la situazione oltre i limiti della sensatezza.

Cerco di spiegarmi con un esempio tratto da un passato non troppo lontano. Nel 2002 l’Uruguay ha avuto la sua corsa agli sportelli bancari e il Paese si è conseguentemente trovato nell’impossibilità di pagare i conti. Contrariamente all’Argentina, che ha subìto anni di malagestione e di scelte d’economia politica errate, Montevideo ha adottato un approccio più pragmatico e si è accordata con i creditori per ripagare l’80% del dovuto, estendendo le scadenze del debito outstanding. Dopo cinque mesi dalla ristrutturazione, l’Uruguay era di nuovo sul mercato, mentre l’Argentina si sta ancora oggi affidando alla propria banca centrale e ai fondi pensione per sostenere la spesa pubblica corrente. Questo per dire che la gestione del “tempo” in queste crisi è di importanza cruciale, dato che la veloce realizzazione da parte dei policy-makers che una nazione è strutturalmente zoppa aiuta a risparmiare il denaro dei creditori (e dei contribuenti) nelle necessarie operazioni di ristrutturazione. Difficile ora stupirsi che S&P’s dichiari che qualsiasi negoziazione sul debito greco porterà inevitabilmente a un nuovo “stato delle cose” etichettabile come “default” dall’agenzia di rating.

Ma che altra soluzione si prospettava? Quella greca è un’economia che ha sempre deficitato strutturalmente di alcune leve: oggi, in particolare, non ha la possibilità di svalutare, perché è all’interno dell’Unione Monetaria Europea. Inoltre, non può nemmeno pensare di imporre una svalutazione interna per un periodo di tempo prolungato: non ci sono più i Colonnelli e non è l’Italia della fine degli anni ’20, quando Mussolini – insieme al ministro Volpi – fu in grado di tagliare i salari del 20% anche attraverso politiche non prettamente democratiche. È ovvio che Atene prima o poi dovrà fallire su tutto o parte del suo debito. Quello che rimane meno ovvio è lo spirito di questa Unione, dove un vero “statista” avrebbe forse anticipato gli eventi di questi ultimi due anni e avrebbe schiacciato il pedale sull’acceleratore dell’integrazione fiscale e della politica economica comune. A questo proposito, infatti, non ho ancora capito bene quale sarà il ruolo strategico, economico e geopolitico della Grecia – una volta fallita – in un’Europa ancora con le calze rotte.

E anche per l’Italia rimane valido il discorso che si fece qualche mese fa: è prioritario risolvere il problema dei flussi (spesa pubblica da efficientare, maggiore produttività e spostamento a settori produttivi di forza lavoro oggi impiegata in comparti improduttivi), anche attraverso il recupero della competitività perduta (avere Draghi alla BCE potrebbe essere un “atout”). Poi, una volta assicurati un avanzo fiscale e una bilancia commerciale positiva, si può anche pensare alla riduzione una tantum del debito in ottica di mercato: ad esempio, cogliendo l’opportunità di privatizzare a migliori condizioni, sfruttando il modello “debt-to-equity swap” per massimizzare la riduzione dello stock.

A quel punto, parafrasando Archimede, anche l’Italia potrebbe fare finalmente leva sulle proprie migliori potenzialità.

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