L’impasse persiano

20120123-235752.jpg

Pare che Albert Einstein una volta abbia affermato: “non mi preoccupo mai del futuro, arriva sempre abbastanza presto”. Noi invece dobbiamo preoccuparci, perché il “come” ci posizioniamo per questo futuro (che “arriva presto”) è determinante per la nostra bottom-line, la nostra carriera e il nostro futuro. Allo stesso tempo rimane un esercizio estremamente difficile scegliere tra un’ottica “tattica” e una “strategica”, sebbene sia confortante scoprire che un guru come Barton Biggs (http://tinyurl.com/88efn88) sia anch’egli combattuto su come posizionarsi per il 2012: “I’m terrified I’m not long enough if we’re going to have a strong rally here, which we could. […] At the same time […] I’m terrified I’m too long if the apocalypse is coming in Europe”, ha detto oggi su Bloomberg TV.

Nelle scorse sedute abbiamo di volta in volta registrato la cronaca dei mercati, che anche oggi proseguono nel loro cammino positivo (Eurostoxx +0.6%, FTSE MIB +1.7%, ma S&P e Brasile entrambi a -0.25%). Anche lo spread del BTP sul Bund continua a stringeresi (-18.5bps), con il tasso decennale vicinissimo a tornare sotto il 6%. Ma commentando una notizia odierna (ovvero, che l’Unione Europea ha bandito le importazioni di petrolio iraniano), credo sia opportuno rifocalizzare l’attenzione sulle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e, in particolare, sui rapporti tra Stati Uniti e Iran. Riprendendo anche alcune analisi di Stratfor, l’innalzamento delle tensioni nel Golfo Persico non rappresenta una novità inattesa: il ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq ha creato un vuoto di potere a Baghdad che Teheran non ha mai nascosto di voler colmare, cogliendo così l’opportunità di rendere maggiormente sicuri i propri confini occidentali. In caso di successo – e supponendo che in Siria Assad rimanga al potere – il risultato di questa mossa sarebbe ben più significativo, poiché la sfera d’influenza “persiana” partirebbe dall’Afghanistan fino ad arrivare al Mar Mediterraneo.

Naturalmente, questo smottamento geopolitico va a infastidire non solo gli Stati Uniti, ma anche i paesi della penisola araba, poiché ridefinisce anche lo scenario in termini di “chi sfrutta le risorse petrolifere dell’area”. A prescindere dalle valutazioni militari (gli americani sono potenti, ma hanno problemi in casa, e l’Iran sarebbe comunque ingestibile anche attraverso una campagna area), il tema che ci interessa è che la partita a scacchi tra Washington e Teheran rischia di portare a radicalizzazioni pericolose per la stabilità politica dell’area, con impatti significativi sulle quotazioni petrolifere e, a cascata, sulla crescita economica globale. Nella fattispecie, il rischio è di “miscalculation” da una parte e dall’altra, ovvero che un bluff (“blocchiamo lo stretto di Hormuz”) o una misura eccessivamete restrittiva (“blocco delle importazioni dall’Iran”) vengano male interpretate e portino quindi ad azioni radicali più gravose per la comunità internazionale.

E il problema alla base è che nessuno dei due giocatori a questa partita si può permettere né di avvicinarsi all’altro e dichiarare “pari patta” né di alzare la posta e giocarsi il tutto per tutto, poiché le conseguenze sarebbero politicamente ingestibili per entrambi. Di conseguenza, temo che il futuro delle quotazioni petrolifere continuerà a essere preoccupato e influenzato da questo impasse geopolitico.

Lascia un commento