Chiudiamo la settimana con una citazione di Marc Faber (riportata dal blog del Financial Times: http://tinyurl.com/7ngh28b) che può ricollegarsi al nostro tema ricorrente della carenza di “safe assets”:
I wouldn’t say [that equities] are particularly attractive but, look, I am in Switzerland at the moment. The 10 Year government bond yields is 0.7% and you can buy quality companies and they have a dividend yield of maybe 3%. Relative to government bonds, equities are attractive. If you really think it through and you are bearish as I am and you think the whole financial system will one day collapse, maybe three years or five years or 10 years, one day there’ll be a reset and everything will be essentially started anew. Then you are better off in equities than in government bonds because a lot of government bonds will either default or they will have to print so much money that the purchasing power of money will depreciate very rapidly.
La giornalista dell’FT commenta che tale è la lente attraverso la quale un “inflationista interprets the shortage of safe assets problem”, in un mondo di tassi d’interesse sempre più bassi. Marc Faber è certamente un investment manager che pensa fuori dagli schemi (per chi è curioso di conoscere questo strambo personaggio, si veda http://tinyurl.com/75ypqlv), ma non ha tutti i torti a preferire l’asset class azionaria di qualità rispetto al mondo obbligazionario governativo dei paesi sviluppati. Ed è paradossale ripensare ad esempio al debito del nostro paese – una nazione che praticamente non cresce da 10 anni e che ha un “replacement rate” pensionistico (il rapporto tra pensione lorda e reddito pre-retirement) del 64.5% – e alla sua oggettiva (non)attrattività per un investitore estero. Sotto quest’ottica, non deve stupire che il CDS del Brasile sia ormai dall’inizio del 2010 più basso di quello italiano: alcuni paesi emergenti sono decisamente “emersi”, mentre alcune nazioni dell’OCSE sono sprofondate nelle sabbie mobili. Come creditore, vuoi vedere che il debitore sia in grado di generare abbastanza reddito per pagare gli interessi. Ecco perché è strategicamente più interessante investire in equity o in (non-financial) crediti, dove società con bilanci e business model solidi possono generare reddito e rendimenti nel tempo.
Ma, di nuovo, l’investimento in “equity” non è da sottostimare anche sul fronte reale: se pensiamo ad esempio al possibile impatto – nella prima parte dell’anno – di una recessione in Europa sull’andamento della crescita globale, non è così ovvio che vi sia un’influenza significativamente negativa anche su Stati Uniti e Cina, dove ormai da due anni a questa parte la quota di esportazioni verso l’area euro è in calo. Globalmente, il PIL dovrebbe crescere intorno al 3.5% quest’anno e, nel 2013, approssimerebbe al 4%. La Cina sta dimostrando di essere capace di gestire variabili macroeconomiche complesse con un certo successo (per lo meno questo è il giudizio di alcuni economisti) e gli Stati Uniti stanno vivendo ora una “speed-up scare”. Certo, il 3.5%-4% non è un tasso di crescita associabile a “prosperità”, ma rimane pur sempre crescita. Il tema vero è rappresentato dai “financial linkages” dell’area euro, ovvero dall’importanza relativa delle banche europee nel “global lending”, sia nei mercati emergenti che negli Stati Uniti. Ma anche qui, come abbiamo visto, l’LTRO e l’intervento della BCE ha, almeno per quest’anno, tolto un problema dal radar. Quindi, ancora risk-on, aspettando che nel fine week-end (o durante la riunione dell’EcoFin di settimana prossima) ci dicano se è stato raggiunto o meno un deal sulla Grecia.
