Nei prossimi giorni cercherò di sintetizzare una view sui mercati finanziari per il 2012, accompagnandola a uno scenario geopolitico adeguato. Intanto, credo sia utile fare qualche riflessione aggiuntiva sull’impatto che la crisi in Europa potrà avere per il business di un qualsiasi investitore istituzionale e, di conseguenza, per l’attività di una banca d’affari o di un asset manager. Più volte ho infatti parlato di come l’area euro non sia più considerabile come un “rifugio” per investitori: i grandi capitali preferiscono essere conservativamente investiti su asset in dollari, le banche stanno facendo deleverage, la recessione è iniziata in molti paesi dell’area e le relazioni politiche tra governi nazionali, Unione Europea e BCE rimangono nebulose (per non dire peggio).

I flussi di capitale prima della crisi si muovevano in modo da sostenere il “funding” dei PIIGS (molte risorse arrivavano anche dall’attività di diversificazione in euro delle banche centrali dei paesi emergenti), mentre oggi il funding è stato sostituito – per quanto possibile – da istituti centrali (Fed e BCE) i quali ovviamente hanno visto i propri bilanci inflazionarsi a dismisura, senza però riuscire a trasmettere correttamente la propria politica monetaria nel sistema economico. Ergo, siamo in un environment di “zombie banks” e di crescita nulla del credito. Giappone “docet”.

Ancora, pre-crisi (ovvero fino a pochi mesi fa) vivevamo in un contesto in cui gli asset fixed income europei erano associati al concetto di asset privi di rischio, e quindi erano una componente importante dei benchmark di molti investitori istituzionali (sovereign wealth funds, fondi pensione, assicurazioni, fondazioni bancarie, etc.): c’era la sicurezza della liquidità, della cedola certa e della correlazione negativa con l’azionario e molte altre asset class rischiose. Post-crisi (ma forse ci siamo ancora dentro) stiamo osservando quanto detto anche ieri: necessità degli investitori di detenere attività “safe”, le quali però sono in offerta limitata e, di conseguenza, causano un impasse notevole nella definizione del rischio di molti benchmark dei suddetti investitori istituzionali. Ovvero, che è irrealistico mantenere il set-up attuale del “framework a benchmark”, dove la componente fixed income in euro (ad esempio il JPM EMU) è quella con l’importanza maggiore, quella sulla quale si fondano anche i ragionamenti di “asset-liability management” di quegli stessi investitori.

Diventa invece più interessante rivedere le distribuzioni di rischio e i premi di liquidità/illiquidità delle asset class precedentemente considerate “risk-free”, così come la relazione complessiva tra “risk/return”, ormai già totalmente alterata dopo lo shock di Lehman.

È quindi finita l’era del benchmarking, mentre è iniziata quella degli investimenti “absolute/total return”, con un focus sulla gestione della volatilità (a prescindere da un indice di riferimento predefinito) e su scelte d’investimento più esplicite (visto il collasso dei rendimenti). Sarà un trend che osserveremo nei prossimi anni…

A new normal?

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