Molti di voi l’hanno già capito ed espresso più volte: questa crisi in area euro non è più della Grecia, dell’Italia o della Spagna, bensì si sta sempre più delineando come una questione sulla Germania e sul suo ruolo all’interno dell’Unione Europea. Berlino ha bisogno di una zona di libero scambio in Europa. Berlino ha bisogno di una domanda forte in Europa. Berlino ha bisogno che vi sia coesione attorno alla sua “dottrina” fiscale. Ma, purtroppo, quello che si sta osservando è un incremento dei sentimenti negativi verso la Bundesrepublik Deutschland. E, verrebbe da dire, chi è causa del suo mal, pianga se stesso.
La Merkel (protégé di Kohl) si è dimostrata un’abilissima politica, per lo meno a livello domestico: attraverso un attento “framing”, Angela ha convinto l’elettorato tedesco che la colpa della crisi è tutta di Atene e dei cittadini greci, mentre il modello tedesco è vincente e dovrebbe essere assunto a paradigma per la gestione fiscale in Europa. È riuscita ad avere con sé l’opinione pubblica. Peccato che lo stesso Helmut Kohl, in una rara intervista, abbia dichiarato che è il momento di dire la verità alla popolazione, spiegare che è necessario affiancare la Grecia in tutto e per tutto, e finalmente arrivare a tracciare una linea per chiudere la crisi. Qual è l’incentivo per i tedeschi? È quello di non cadere in una depressione autoinflitta, per aver causato deliberatamente il crollo della domanda in Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Irlanda. È quello di recuperare in credibilità, soprattutto nei confronti di chi vede ancora la Germania come un incubo storico, uno spettro che ancora oggi osa mettere in discussione addirittura la sovranità nazionale e l’indipendenza degli Stati. Perché è qui il paradosso: l’elettorato greco ha deliberatamente scelto di sostenere l’entrata nell’Unione Monetaria Europea, procedendo quindi a un “out-sourcing” rilevantissimo, ovvero quello della politica monetaria. Ora, con la richiesta tedesca di attivare una procedura simile a quella del mondo corporate, l’Unione Europea sembra voler mettere in discussione anche quel poco di “sovrano” che è rimasto al governo greco e al suo parlamento. Ed è questo il punto di svolta.
Finora si è discusso del cosiddetto PSI, ovvero del Private Sector Involvement nella ristrutturazione del debito greco, con annesse le ben note condizioni draconiane sull’economia e sulla spesa pubblica di Atene (e per inciso, non dimentichiamoci che tale spesa pubblica è anche figlia del nostro sistema democratico occidentale, dove l’elettorato è un “bambino” capriccioso che la politica vizia per ammansirlo). Oggi invece si parla della figura di un “Commissioner”, una proposta che getta benzina sul fuoco: di fronte alla scelta di cedere forzatamente la propria sovranità fiscale – e quindi perdere enormi consensi elettorali, con il rischio di sfaldare la società civile – o di dichiarare bancarotta – e quindi perdere l’accesso al mercato, mantenendo però la dignità e l’orgoglio nazionale – voi cosa scegliereste? Considerate anche che tornare alla propria valuta (conseguenza del default) significherebbe aumentare la propria sovranità.
Il paradosso, noto a Kohl ma anche a noi sui mercati, è che la Germania è stata motore e beneficiaria del fenomeno “euro”, chiudendo un occhio moltissime volte per agevolare le proprie esportazioni. Non ha una domanda interna sufficientemente forte per sostituire quella dei paesi periferici. E non è detto che la sua strategia di “partnenariato” con la Russia (e allontanandosi dagli Stati Uniti) possa consegnarle i risultati attesi.
Kohl era uno statista, capace di unire le due Germanie e di riallacciare i rapporti con i vicini francesi. Come ha detto recentemente, “If I had reacted to Germany’s reunification with that much despondence as is the case for Greece, then it would never have happened”. Temo che all’appello oggi manchino persone della sua “stazza”.















