Inizio di settimana modesto e mediocre

Inizio di settimana modesto (per quantità e qualità delle notizie) e mediocre (per performance e movimenti sui mercati).

As of writing, l’Eurostoxx 50 perde il 2.5%, seguito a ruota dal FTSEMIB a -2.65%, Dax a -2.84% e FTSE 100 a -1.95%.
Gli States fanno altrettanto male, con l’S&P 500 in calo dell’1.76%, e anche sui mercati emergenti lo screen di Bloomberg è rosso su tutta la linea: Shanghai a -1.79%, Corea a -1.04%, Russia a -1.21% e Brasile a -1.26%.

Risk-off anche sui bond, con il BTP che allarga nuovamente (ora quota a 5.56%) toccando un massimo intraday a 5.619%, e fa nuovamente paura la Grecia, che allarga sul Bund di altri 174bps. Naturalmente sia Bund che US Treasuries sono well-bid, con il primo a 1.79% e il secondo a quota 1.96%. Infine, anche sulle valute c’è avversione al rischio, con un rafforzamento brusco del dollaro contro euro (quota a 1.3643) e soprattutto dello yen, che guadagna 1.6% sulla valuta continentale (104.27 contro euro).

Molta della tensione accumulata durante il week-end si è liberata all’apertura delle contrattazioni, nella consapevolezza che in serata sarebbero arrivate news importanti. Alle 7 di sera (ora di Atene), infatti, ispettori del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea terranno una teleconferenza con il ministro delle finanze greco (Venizelos) per verificare l’eligibilità o meno del governo a ricevere un’altra tranche d’aiuto (schedulata per il prossimo mese). Rimango dell’idea che European politicians stanno giocando “tough” con i greci in un pericoloso schema strategico di cui mancano ancora alcuni importanti tasselli. Non avendo ancora ratificato l’EFSF (né ampliato la sua capacità di “fuoco”), quello che preoccupa i mercati è l’incertezza relativa all’outcome di un default greco. Ma qui ci ripetiamo da settimane e i progressi sono stati pochi: anzi, abbiamo nuovamente nubi all’orizzonte (tedesco), vista la drammatica sconfitta di uno dei partner di coalizione della Merkel nelle elezioni regionali di Berlino. E non mancano i soliti Gloom, Boom, Doom-sayer (come Roubini) che oggi dichiarano che per la Grecia è meglio defaultare e uscire dall’area euro.

Intanto, dall’altra parte dell’Atlantico rimangono le preoccupazioni sullo stato di salute dell’economia. I nostri analisti macro stimano intorno al 35% la probabilità che gli Stati Uniti vivano nuovamente l’esperienza di una recessione nei prossimi sei mesi. Tuttavia, la capacità predittiva del modello diventa significativa quando segnala una probabilità oltre il 60%, il ché è relativamente poco informativo: ma ciò che conta è il trend, e lì stiamo assistendo a un deterioramento del contesto. Molti leading indicators stavano già puntando al rallentamento mesi fa e ora stanno seguendo a ruota i dati reali, anche se sul fronte manifatturiero (e automobilistico in particolare) stiamo ancora vivendo “di rendita” dopo lo stop alla produzione dopo il terremoto in Giappone.

Ma anche lì, negli States, la questione è squisitamente politica. Dopo i numeri sull’occupazione di agosto (zero growth) e un Beige Book di pessima fattura (indicazione che le condizioni economiche regionali sono pessime), sia Bernanke che Obama hanno dovuto realizzare che le aspettative di crescita per 2H11 erano troppo ottimistiche. E anche i Repubblicani hanno dovuto fare un re-assessment. Obama ha infatti annunciato un pacchetto di circa $447 miliardi per creare posti di lavoro, misura che segue quella più imponente di $787 del febbraio ’09: riuscirà a farla approvare dalla Camera dei Rappresentanti, dove Tea Party e Repubblicani dominano l’assise? Dopo essere riusciti a strappare un parziale consolidamento fiscale, dover trovare un accordo su uno stimolo fiscale rischia di deragliare lo sforzo politico precedente. Tuttavia, se i Repubblicani si oppongono e la disoccupazione aumenta nuovamente, alle prossime elezioni il GOP non incasserà un buon dividendo. È probabile quindi che accetteranno i tagli alle tassi, rifiutando però gli investimenti infrastrutturali.

Peccato che gli States si trovino più di altri in una “Balance Sheet Recession”….se i tagli alla tassazione vengono infatti “risparmiati” e re-investiti in conti deposito (o altri strumenti di risparmio) finanto che le famiglie finiscono di fare deleverage, il moltiplicatore fiscale si riduce notevolemente. Diversa cosa accade se lo stimolo si concentra in infrastrutture o investimenti che vanno a impattare direttamente l’economia reale…

E intanto noto con dispiacere un ulteriore gamba giù delle francesi (SocGen -6.7% e BNP -5.48%) mentre su Milano Finanza si vocifera di piani/ipotesi/discussioni relativamente a una fusione Intesa/MPS…

Lascia un commento