La Corte tedesca respinge i ricorsi contro il bail-out!

Rimbalzo tanto atteso sui listini azionari dopo un inizio di settimana decisamente teso. La notizia che la Corte Costituzionale in Germania ha respinto i ricorsi sul bail-out della Grecia ha sostenuto una sessione comunque destinata a iniziare con lo spirito giusto, dopo la chiusura positiva in Asia. Il Nikkei ha infatti segnato un recupero di 2%, seguito dalla Corea a +3.78%, Taiwan a +2.2% e Cina a +1.84%. Alla chiusura, la Germania sale di oltre quattro punti percentuali e, insieme all’Italia (+4.24%), è il listino top-performer della giornata. Anche dall’altra parte dell’Atlantico il trend è positivo, con l’S&P 500 a +2.08% e il Nasdaq a +2.14%, mentre sui bond c’è il trend opposto, con i tassi sul decennale negli States sopra quota 2%, mentre il Bund rimane ancora sotto questa difficile soglia psicologica (siede a 1.9%).

La notizia della giornata è ovviamente la decisione da parte della Federal Constitutional Court in Germania di rigettare i ricorsi, fatto che riapre la strada alla Merkel per proseguire nelle difficili trattative che la vedono coinvolta sia sul fronte interno che su quello esterno al Paese. Tuttavia, a testimonianza delle tensioni presenti in Germania, la corte ha anche dichiarato che questa sentenza non rappresenta una “blanket authorization” per altri pacchetti di salvataggio. Si renderà quindi obbligato un passaggio in parlamento ogni volta che sarà necessario intervenire sul fronte comunitario. La situazione quindi si sblocca da una parte (un accoglimento dei ricorsi avrebbe causato un panic-selling across the board) ma rimane in un impasse politico dall’altra, con il tempo che corre veloce per la Grecia e non solo.

Oggi, in linea con l’andamento delle asset class più rischiose, si stringono anche alcuni spread. L’Italia è ora al 5.22% (a meno 24bps rispetto a ieri), la Spagna al 4.98% (-19bps), mentre allargano ancora Portogallo e Grecia (+11bps e +36bps). Sul fronte del policy-making, domani avremo l’incontro della BCE, mentre oggi il Presidente della Federal Reserve di Chicago ha dichiarato che la banca centrale (ovvero la Fed), dovrebbe intervenire aggressivamente per ridurre il tasso di disoccupazione, anche a costo di spingere l’inflazione più in alto, almeno temporaneamente. Questo commento (non udibile da queste parti) è sintomatico della differente percezione che negli Stati Uniti hanno del problema economico che blocca il paese dal 2008: in un contesto di Balance Sheet Recession, il settore privato riduce le spese e gli investimenti, quindi diminuiscono consumi e assunzioni, portando a un circolo vizioso che rischia di deprimere l’economia. Lo Stato e la banca centrale possono intervenire in maniera coordinate per interrompere questo corto-circuito, e sempre più policy-makers sono inclini a usare le maniere forti per riaccendere il motore all’economia.

Il fattore macroeconomico rimane comunque sotto pressione: se infatti stiamo ormai osservando da alcuni mesi un deterioramento della congiuntura negli Stati Uniti e in Europa, ora anche i Paesi Emergenti mostrano segni di affaticamento. Il trend della produzione industriale, se misurata attraverso la variabile trimestrale annualizzata, è in evidente calo, soprattutto in quelle economie più legate al ciclo di import/export di prodotti ad alto contenuto tecnologico (e quindi più ciclici, come Taiwan). Importante è anche l’accumulo di scorte rispetto all’andamento dei nuovi ordinativi, segno che i direttori per gli acquisti sono tornati dalle ferie ancora molto cauti sulle prospettive.

Le valutazioni in questo momento subiscono il trend di riduzione delle stime, con revisioni sugli utili al ribasso in quasi tutti i paesi. La domanda è ora capire quanto il mercato azionario abbia già scontato questo fenomeno di downgrade e quanto spazio vi sia eventualmente per un ulteriore aggiustamento al ribasso. Infatti, siamo ancora in un contesto dove il sentiment ci appare estremamente depresso, indicazione che solitamente è da utilizzare in ottica “contrarian” (buy when blood is on the street!). Tuttavia, il contesto tecnico nel medio termine si è deteriorato a tal punto che sembra per il momento più opportuno rimanere cautamente in posizione neutrale, e aspettare un ulteriore chiarimento della situazione (magari dopo lo speech di Obama di domani) per intervenire in maniera più decisa.

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